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La verità è che non le piaci abbastanza (sabato, 30 maggio 2009) |
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Il 21 maggio 2009, alle ore 18:00 circa, ho compiuto 34 anni.
In quel preciso istante, il mio navigatore biologico mi ha ordinato di lasciare Largo Virilità, svoltare nel Vicolo del Declino e proseguire dritto finché non incontro Piazza Andropausa.
Non sono triste. In fondo avere una vita sessuale è come guidare contromano a 120 all’ora inseguiti dalla polizia: molto meno divertente di come sembra al cinema. Sarò più felice senza. Sto già imparando a giocare a briscola.
Come gesto d’addio, sperando di essere d’aiuto a qualcuno, lascio in eredità agli esemplari più giovani tutte le cose che ho imparato sulle donne.
Tutte e sette.
1 – Esiste un metodo scientifico per stabilire a priori se una donna ci sta: quando lei ti vuole, lo capisci dal fatto che te lo dice.
È opinione diffusa che la mente femminile tenda a seguire percorsi un po’ più contorti rispetto a quella maschile. Secondo il luogo comune, una donna non chiede: aspetta che tu intuisca la domanda.
Può anche darsi che sia vero, in altre situazioni. Ma quando una donna decide che le interessa un uomo, mette da parte il codice cifrato delle allusioni e si trasforma in un treno diretto. Coi freni saltati.
Se lei ti vuole, te lo fa capire in modo inequivocabile. Ti segue ovunque a una distanza non superiore al mezzo metro, manco fosse il tuo cane. Si fa raccontare la storia della tua vita scendendo in dettagli che annoierebbero anche tua madre. Pur di vederti, ti invita pure alla festa per gli ottant’anni di sua nonna. Fa tutto quello che è in suo potere per scrivere in cielo che sei suo.
E se comunque non capisci, te lo dice in faccia.
Se non fa così, se ti sembra che il suo comportamento nei tuoi confronti sia anche solo ambiguo, mettiti il cuore in pace: non ci sta.
2 – Far cambiare idea a una donna è completamente impossibile. Questa non è una regola che ammette eccezioni; è una costante fissa dell’Universo, come la velocità della luce.
Non sto dicendo che le donne non cambiano mai idea. Ma se una donna cambia idea, è perché l’ha scelto lei; non perché l’hai convinta tu.
Solo gli ingenui e i cretini ci provano due volte con la stessa donna. Se la prima risposta è no, è altamente probabile che sia no anche la seconda, la terza e la centoventisettesima. Allora puoi cambiare strategia; puoi corteggiarla, cercare di farla ingelosire, ignorarla apposta per vedere se è lei che cerca te. Se ti va bene sarà tutto inutile; se ti va male, nocivo.
L’unica reazione sensata davanti a una donna che ti rifiuta è salutarla, dimenticarti della sua esistenza e passare alla prossima.
3 – Le donne hanno molto più intuito in fatto di uomini di quanto gli uomini ne abbiano in fatto di donne.
Una donna può anche sbagliare quando dice sì; ma non sbaglia mai, mai, quando dice no. Se una donna ti rifiuta, lo fa perché un apposito settore del suo subconscio ha già delineato tutti i possibili scenari del connubio te + lei, e ha stabilito che in nessun caso sareste felici.
In altre parole: se una donna ti rifiuta, lo fa per il tuo bene.
4 – Le donne non mentono mai.
Di solito un uomo che mente sa di mentire: è consapevole della distanza tra la balla che sta raccontando e la realtà.
La coscienza femminile, invece, ha una straordinaria capacità di autoipnosi. Una donna è in grado di programmarsi per credere a qualsiasi cosa; anche se è qualcosa in plateale contrasto con la realtà oggettiva.
È per questo che le donne non mentono mai: prima di mentire, si convincono nel profondo che quella è la verità. E continueranno a considerarla tale, anche se dovessero sbattere violentemente il cranio contro quell’altra verità, quella vera.
Nota bene: al contrario di quanto potreste pensare, questa caratteristica femminile va soprattutto a vantaggio dei maschi. Se il cervello delle donne non fosse così portato a correggere o addirittura a ignorare la realtà, sono totalmente sicuro che nove uomini su dieci morirebbero vergini.
5 – Io non so cosa vogliono la donne, ma di sicuro non vogliono un uomo bello.
Mi è capitato di conoscere uomini che facevano letteralmente impazzire le donne. Uomini che, anche volendo, non potevano essere fedeli a una donna sola, perché avevano orde di ammiratrici affamate e sensuali che li aspettavano sotto casa. E nessuno di quegli uomini, neanche uno, era bello nell’accezione comune del termine.
Ovvio: essere belli è comunque meglio che essere brutti. Ma la bellezza, in un uomo, è come il cassettino portabicchiere in una macchina: se c’è, fa piacere. Se non c’è, non se ne accorge nessuno.
Questo è uno dei pochi argomenti sui quali le donne dimostrano di conoscere davvero se stesse. Il 99% del genere femminile, se interrogato in materia, dirà che non vuole l’uomo bello: vuole un tipo.
Cosa sia “un tipo” è una questione allo studio della comunità scientifica internazionale.
6 – Per conquistare una donna devi farla ridere: una delle più pietose bugie nella storia dei rapporti umani.
Il mito nasce dal fatto che, se una donna è innamorata di te, ride a tutte le tue battute, anche se sono così brutte che spingerebbero il Papa all’ateismo. Ma non bisogna confondere la causa con l’effetto: una donna innamorata ride perché è innamorata, non è innamorata perché ride.
L’umorismo non è un’arma d’assalto: è l’ultima risorsa di chi ha esaurito tutte le altre opzioni e, allora, la butta sul ridere. Di norma, non a caso, il senso dell’umorismo è la virtù di chi ha visto più sconfitte che vittorie. E nessuno, quindi neanche una donna, punta volentieri su un cavallo perdente.
Se cerchi di conquistare una donna facendola ridere, una risata è tutto quello che otterrai. Ho conosciuto donne che si arrapano pensando a rapper, manager, vichinghi, motociclette, bassisti di gruppi rock, perfino carabinieri. Non ho mai conosciuto una donna che sogna di farsi montare da un clown.
D’altronde sono loro stesse ad ammetterlo. Spesso, intervistate in tivù, dichiarano di cercare un uomo che le faccia ridere. Non è ipocrisia: è che c’è una differenza sottile, ma decisiva, tra “fa ridere” e “mi fa ridere.”
7 – Avrai sentito dire che la vita non è un film.
Questo non è del tutto vero. Esiste sul serio gente con una vita così interessante. Solo che quella gente non sei tu.
Quindi sì, la vita è un film, ma il protagonista è qualcun altro. Tu sei il tizio con l’ombrello che passa sullo sfondo nella scena in cui lui e lei si baciano sotto la pioggia. E no, non puoi farci niente: le comparse non hanno voce in capitolo sulla sceneggiatura. Al massimo, se il regista non è un Kubrick, puoi scegliere in che mano tenere l’ombrello.
Anni dopo, per caso, beccherai il film in seconda serata su Rete 4. Lo rivedrai e ti accorgerai che è proprio bello. Anche se la tua parte è così piccola che non hai nemmeno il nome nei titoli di coda, ti sentirai fiero di aver partecipato.
In quel momento sarai molto felice.
Non mi pare poco.
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| Postato da: dottord a 20:11 |
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33N (mercoledì, 21 maggio 2008) |
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N1. Sono nato mercoledì 21 maggio 1975, intorno alle ore 18:00, durante una tempesta dalla violenza sopra la media.
Mio nonno non riusciva ad arrivare in ospedale perché il vento era così forte che lo sbatteva giù dalla bicicletta.
Vi ho appena raccontato la parte più avventurosa della mia vita.
N2. Da piccolo ero una peste.
Questa è la frase più abusata nei racconti sull’infanzia. Quasi tutti dicono che da piccoli erano una peste.
Io non ero una peste. Non ero neanche un’influenza. Ero al di là della guarigione: morto.
Certi parenti si lamentavano perché non c’era verso di vedermi a occhi aperti. Dormivo diciotto, venti ore al giorno. E da sveglio non facevo rumore. Nessun rumore.
Una cosa contro natura.
Nel 1976 qui a Milano ci fu il terremoto. Una scossetta, ma bastò a scatenare un attimo di panico in una città di tradizione poco sismica. Si sa che durante i terremoti è meglio non rimanere al chiuso. Davanti ai lampadari di casa che oscillavano come pendoli, i miei genitori si fiondarono sul pianerottolo.
I miei non erano cattivi genitori. Mio padre aveva un normale istinto paterno. Mia madre aveva anche troppo istinto materno. Eppure, solo dopo una rampa di scale si ricordarono di avere un figlio.
Tornarono in casa di corsa. Io stavo giocando con un cavallino di gomma sul pavimento di camera mia. Non mi ero accorto di niente.
Scommetto che alle pesti non succedeva.
N3. Nel 1977 ho lavorato come modello.
Ero stato scelto più per la mia tempra che per il mio aspetto. Tra tutti i candidati, ero l’unico capace di resistere muto e immoto per due ore. Gli altri, cotti dai fari di scena, si mettevano a frignare dopo un minuto. Fichette!
Ho posato per un solo servizio. Una marca di pannolini che poi, due anni dopo, è fallita.
In realtà il mio manager mi aveva trovato un altro ingaggio: la pubblicità di una nuova linea di giocattoli. Erano giocattoli indistruttibili per bambini terribili. Io dovevo farmi fotografare mentre tentavo, invano, di distruggerli.
Pessima scelta del cast. Neanche per finta si riuscì a farmi alzare una mano su un giocattolo inerme. Fine di una carriera.
N4. Mi ribellavo raramente e in modo imprevedibile.
Una volta mia madre m’ha messo a sedere sul vasino. Mi ha ordinato di rimanere lì fino a cagamento avvenuto.
Si è allontanata di qualche passo. Io mi sono alzato in piedi.
Mia madre è tornata indietro e mi ha rimesso a sedere. Ancora, mi ha ordinato rimanere lì e, ancora, si è allontanata di qualche passo.
Mi sono rialzato in piedi.
Mia madre è tornata indietro e mi ha rimesso a sedere. Per la terza volta mi ha ordinato di rimanere lì, stavolta con un principio d’incazzatura.
E per la terza volta si è allontanata di qualche passo.
Mi sono rialzato in piedi.
Mia madre s’è voltata e ha fatto per tornare indietro. In quel momento, forse riprendendo un brandello di tigì, ho pronunciato queste esatte parole:
“Mi dichiaro prigioniero politico.”
N5. Come spesso capita ai bambini, mi piacevano i dinosauri. Ogni settimana, tutte le settimane, mi facevo portare dal nonno al Museo di Scienze Naturali. C’erano gli scheletri fossili di alcuni dinosauri, di altri c’era la ricostruzione in vetroresina. C’era anche lo scheletro di una balena, appeso al soffitto. Non era un dinosauro, ma mi piaceva uguale.
La sequenza era: balena, pteranodonte, allosauro, triceratopo, brontosauro, tirannosauro. Poi, uscendo: tirannosauro, brontosauro, triceratopo, allosauro, pteranodonte, balena.
Mio nonno, chissà che due palle.
N6. Avevo una scatola piena di pupazzi, saranno stati un centinaio. Per la maggior parte erano di gomma dura. Qualcuno era di gomma morbida, con un’anima di ferro flessibile. Qualcuno era perfino di legno. Gli altri erano di plastica, a volte articolata, più spesso rigida.
Ogni giorno li tiravo fuori dalla scatola e li sistemavo in giro per la stanza, tipo Presepe. Ci voleva anche un’ora per piazzarli tutti.
L’idea era questa: il pavimento della mia camera era la superficie di un’isola. Un’isola volante, che rimaneva sospesa in cielo grazie alla repulsione elettromagnetica di un’enorme calamita interna. Non so dove avevo preso quest’idea. Sicuramente non era mia.
I pupazzi erano gli abitanti dell’isola. L’etnia dominante era quella dei Puffi, seguita dai Masters of the Universe. Tra le minoranze si segnalavano gli Snorky, i personaggi di Hanna & Barbera e gli animali di plastica stampata male che vendevano in buste trasparenti.
Stranamente il sindaco dell’isola non era il Grande Puffo, ma un pinguino col papillon che non apparteneva a nessuna serie ufficiale, e per il quale nutrivo un infondato affetto.
Purtroppo non mi ricordo cosa succedeva di preciso sull’isola volante. Però mi ricordo che c’era una continuity. Cioè: ogni volta che riaprivo la scatola, la storia riprendeva dall’ultima volta che l’avevo chiusa.
N7. Facoltosi amici di famiglia mi regalarono una moto elettrica. Un giocattolo di lusso: la riproduzione quasi esatta di una moto vera, solo un po’ più piccola. Ci si poteva montare sopra e, torcendo le manopole del manubrio, la moto avanzava.
Non la cacai mai. Il mio unico mezzo di trasporto era uno di quei palloni rimbalzanti dotati di maniglia sui quali si saliva a cavalcioni per saltellare qua e là.
Dopo qualche tempo, stufi di vedere la moto che prendeva polvere, i miei la regalarono a un altro bambino. Che oggi, al contrario di me, ha la patente.
N8. Ogni tanto i miei mi portavano al circo.
Era finita da un pezzo l’epoca nella quale chiunque, bambino o non, poteva trovare qualcosa di interessante nel circo. Ma per rispetto alla buona fede dei miei, simulavo entusiasmo.
Una volta siamo andati a vedere un circo eccezionalmente pulcioso. L’unica attrazione al di sopra dei mezzi di uno spettacolo parrocchiale era una coppia di leoni ammaestrati. La gente del circo ne era consapevole, e aveva costruito tutto lo show sull’attesa delle bestie.
Ma era inverno, faceva freddo e l’impianto di riscaldamento del tendone s’era rotto. I leoni, tremanti, si rifiutarono di uscire dalla gabbia, e il loro numero fu cancellato. Quando il presentatore annunciò quella defezione, il pubblico non la prese tanto bene.
Mentre la gente usciva borbottando, il presentatore gemette nel microfono una frase che mi è rimasta impressa a fuoco nei lobi frontali del cervello:
“Non parlate male di noi!”
Le bestie non provano empatia. Può sembrare che una bestia provi affetto, ma è solo istinto di branco. In realtà gli animali fanno solo il proprio interesse. Se il leone ha freddo, non esce dalla gabbia per salvare il suo domatore.
Solo gli uomini provano pietà. La prima volta che provi pietà per un tuo simile è un evento da segnare sul calendario.
N9. C’era un mio compagno delle elementari che ogni tanto veniva a casa mia e mi ordinava di leccargli l’ombelico. Si sdraiava per terra, si scopriva la pancia e mi diceva: lecca.
Non ho mai capito che gusto ci provasse. Anche a voler concedere ai bambini una sensibilità sessuale, l’ombelico non è questa gran zona erotica. Soprattutto in un maschio.
Comunque io, per non star lì a discutere, ubbidivo. Nel mio candore, non la trovavo neanche una pratica antigienica. Mi seccava solo perché quel compagno lì m’era umanamente antipatico. Fosse stato un altro, gli avrei fatto quel favore più volentieri.
N10. Di solito, quando un bambino passa dallo status di bambino e basta a quello di bambino grande, si lascia alle spalle i giochi dell’infanzia per moto naturale, come le foglie se ne che cascano d’autunno.
Ma a me piace l’estate.
Sulla mia camera vegliava un totem, un incrocio tra un mobile e un pelouche, un attaccapanni peloso dalla testa di cane. Era alto più o meno come un essere umano, e gli volevo bene più o meno come a un essere umano.
Purtroppo lui invecchiava a ritmo canino, a causa dell’accumulo progressivo di acari e della rapida mutazione del gusto nel campo dell’arredamento per l’infanzia.
Un brutto giorno i miei decisero che era l’ora della discarica.
Io la presi peggio che male. Credo di aver anche pianto.
Mio padre cercò di mediare raccontandomi che un angelo, nientemeno, avrebbe portato il cane – attaccapanni dalla discarica alla casa di un bambino povero. Così la mia rinuncia sarebbe stata la causa della felicità di qualcun altro. Forse io c’ero pure cascato, ma non mi era sembrata affatto un’idea consolante. Egoista come tutti i bambini, me ne fottevo della gioia altrui.
A mio padre rimase solo l’opzione finale: la verità. Mi disse che in fondo crescere è solo buttare i giocattoli vecchi e imparare a usarne di nuovi.
Siccome “aveva ragione mio padre” è una di quelle frasi che non si possono usare senza cadere nello stucco, non so come chiudere.
N11. Negli ultimi minuti della mia infanzia ero ospite a casa di lontani parenti. C’era questa mia cugina di terzo grado, una ragazza sui diciott’anni con tette come provole e l’abitudine di lasciare accostata la porta di camera sua.
Tolta mia madre, è stata la prima donna nuda che ho visto con i miei occhi.
N12. Forse è vero che noi italiani abbiamo il cattolicesimo nel sangue, perché io non ho avuto bisogno del catechismo: ho sviluppato da solo il senso di colpa legato alla masturbazione.
Più che alla Chiesa cattolica, in realtà, ero inconsapevolmente vicino a certe filosofie orientali, che vedono nel coito uno spreco di energie. Mi ero convinto che masturbarsi portasse sfortuna. Era una superstizione molto precisa: a partire dall’acme del piacere sarei stato sfortunato per le ventiquattro ore successive.
Statistiche alla mano, scusate il doppio senso, le giornate post onanismo non erano significativamente peggiori rispetto alle altre. Ma la Storia ci insegna che la fede vince sempre sui numeri. Non avendo la forza di rinunciare in toto a quell’attività, almeno mi sforzavo di astenermi quando il giorno dopo avevo scuola. Cioè, sei giorni alla settimana.
Prendete un ragazzino in età da Olimpiadi della masturbazione e costringetelo all’astinenza dalla domenica al venerdì. Cosa ottenete?
Dei sabati memorabili.
N13. Alle medie tutti mi volevano bene, ma ero comunque più grasso e molto più sfigato di oggi. I deboli, per quanto benvoluti, prima o poi si tirano addosso qualche squalo.
Esistono due scuole di bullismo. Ci sono bulli che ti provocano e si aspettano che reagisci. Se non reagisci, si stufano e se ne vanno.
E poi ci sono i bulli più infami, quelli che se la prendono apposta con chi, in teoria, non reagirà mai.
Eravamo all’oratorio, si giocava a calcio balilla. C’erano questi due tizi: uno piccolo, coi denti da coniglio, l’altro enorme, di una bruttezza frankensteiniana. Mi prendevano per il culo già da un po’. Partivano dal presupposto che fossi innocuo e, in linea generale, avevano ragione. Ma quel giorno, in quel momento, avevo sottomano gli argomenti per ribattere.
Interrompendo fallosamente un’azione di gioco, presi la pallina del calcetto e la tirai in faccia a Frankenstein. Forse fu l’unica volta in vita mia che mi abbassai a usare la violenza. Di certo fu l’unica volta che centrai un bersaglio: molare scheggiato.
In realtà il capo della coppia era il nano coi denti da coniglio, ma Frankie era un bersaglio più vistoso. Come al solito, ci vanno di mezzo i soldati per i generali.
Da allora smisero di prendermi per il culo. La morale la lascio a voi.
N14. Ho un ricordo freddo e vago del mio primo bacio, ma ricordo alla perfezione il mio primo due di picche. Lei non era bella e neanche tanto simpatica, però aveva gli occhi azzurro ghiaccio e i capelli di un biondo quasi bianco, e tanto mi bastava.
Ci provai con una frase troppo imbarazzante per riportarla qui. Lei, comprensibilmente, mi rispose: no.
Solo col senno di poi aggiungo: meno male.
Lo stesso schema si è ripetuto spesso e per molti anni. Io ci provavo e la lei di turno rispondeva: no. Sul momento mi è sempre sembrata una tragedia.
Ma per la maggior parte di quelle ragazze, col senno di poi aggiungo: meno male.
N15. Quando ero un ragazzino, number one.
Quando ero un ragazzino, non c’era amico, conoscente o compagno di scuola che non tornasse dalle vacanze dicendo:
“Ho conosciuto delle persone simpaticissime!”
E mi chiedevo: ma vanno tutti in vacanza dove vado io, gli stronzi?
N16. Quando ero un ragazzino, number two.
Quando ero un ragazzino, l’obiettivo principale della mia vita era riuscire a baciare una sconosciuta su una spiaggia sotto la Luna d’agosto.
Non so perché proprio l’agosto, la spiaggia e la sconosciuta. Qualche suggestione televisiva, credo.
Per come la vedevo io, centrare quel bersaglio sarebbe stato sufficiente a dichiarare positivo il bilancio della vita. La scintilla di quel singolo istante avrebbe fatto da contrappeso per qualunque incidente futuro, tipo invecchiare.
Non mi sembrava neanche un obiettivo ambizioso. Dopotutto il mondo è pieno di sconosciute. Ci sono sicuramente più sconosciute che conosciute. Le probabilità erano dalla mia parte. Si trattava solo di aspettare.
Ogni volta che sorgeva l’alba di un nuovo settembre senza che io avessi baciato una sconosciuta sotto la Luna d’agosto, mi si annodava la gola.
Obiettivi facili, non ce n’è. Sono facili solo quelli degli altri.
N17. Quando ero un ragazzino, number three.
Quando ero un ragazzino, tutti i giorni della mia vita erano uguali.
Mi alzavo verso le 07:15. Lavaggio, colazione, vestizione. Andavo a scuola indifferentemente a piedi o in metropolitana, i tempi erano più o meno gli stessi. Arrivavo alle 08:20 e passavo quattro, cinque ore sui banchi. Tornavo a casa, pranzavo e mi mettevo sui libri. Studiavo fino alle 17:00.
Alle 17:01, che avessi finito di studiare o meno, e di solito non avevo finito, chiudevo i libri e uscivo. Camminavo fino a Porta Venezia. Da casa mia, un quarto d’ora.
A quei tempi, a Porta Venezia c’era una sala giochi: una baracca instabile e semiclandestina piena di videogame giapponesi, americani e spagnoli. Lì dentro spendevo qualche lira. Non mi piacevano i giochi di sport, le arti marziali e le sparatorie. Preferivo le avventure a scorrimento orizzontale, e il ricco filone dei rompicapi a sfondo pornografico.
Poi andavo a far compere nella zona dei negozi di fumetti. Tornavo a casa verso le 19:00, alla sera guardavo la tivù. Il mattino dopo, daccapo.
Quando vi chiedono se vorreste essere immortali, voi ipocriti rispondete che la noia di vivere in eterno sarebbe peggio della morte. Io, personalmente, ero molto felice quando tutti i giorni della mia vita erano uguali. E avrei voluto continuare così per sempre.
Ma poi la sala giochi ha chiuso.
N18. Alla festa dei miei diciott’anni, favoriti dal buio di una discoteca, ignoti ladri mi hanno rubato quasi tutti i regali. Tra gli altri, l’unico orologio Swatch che abbia mai avuto, scomparso prima che potessi aprire la confezione.
Benvenuto nel mondo degli adulti.
N19. Non mi è mai piaciuto studiare.
Ma devo avere la faccia dello studente modello, perché al liceo erano tutti convinti che mi spezzassi la schiena sui libri. Tutti, perfino i professori, che pure avevano sotto gli occhi i miei mediocri risultati.
In fisica, matematica e soprattutto chimica ero un disastro. In cinque anni, quattro dei quali passati a prendere ripetizioni, non ho mai davvero imparato a tradurre dal greco e dal latino. In storia e filosofia strappavo con fatica il sei. Me la cavavo benino solo coi temi.
Nel 1994, mio ultimo anno di liceo, la Regione indisse un concorso per tutte le scuole superiori lombarde. Si trattava di recensire tre romanzi di tre scrittori presunti affermati. Le tre recensioni migliori sarebbero state premiate, con gloria e onore per i relativi istituti.
Il mio liceo sguinzagliò all’attacco tutti gli studenti con una buona media in italiano scritto. Della mia classe c’eravamo io, e certe mie compagne che dormivano con Proust sotto il cuscino, e mi trattavano con la bonaria sufficienza degli adulti verso i bambini.
Il premio era una cifra meno che simbolica: pidocchi. Ma battere le mie compagne fu senza prezzo.
Per la cronaca, i tre libri da recensire mi sembrarono, in ordine di valore crescente, pessimo, mediocre e bello.
Alla premiazione conobbi pure gli scrittori presunti affermati. Un vecchietto sardo simpatico ma, temo, senza cervello. Un lucano altezzoso e barbuto che se la tirava da grande poeta. E un ragazzone americano sui trentacinque dalla simpatia contagiosa. Fate voi gli abbinamenti libro – autore, ma è abbastanza facile.
Che io sappia, l’americano fu l’unico a portare a casa un vago successo di critica e di pubblico.
A me è andata peggio. Da allora ho partecipato a parecchi concorsi letterari, ma non ne ho più vinto neanche uno e, anzi, spesso ho perso con disonore.
N20. Ah, avere vent’anni! Com’è bello avere vent’anni. Vent’anni è l’età più bella della vita. Vent’anni si hanno una volta sola. Il mondo è una festa a vent’anni. L’amore è per sempre a vent’anni. La vita è una pacchia a vent’anni.
Non mi ricordo niente dei miei vent’anni.
N21. I professori universitari sono come gli alieni degli incontri ravvicinati. Omini grigi che parlano una lingua incomprensibile.
N22. Parliamo di Hitler.
A vent’anni Hitler scappò di casa per andare a Vienna. A quei tempi Vienna era la città più allegra e divertente del mondo, a patto di avere qualche soldo in tasca. Hitler non aveva né soldi né un mestiere né una casa. Per un certo periodo fece, letteralmente, la vita del barbone da strada. In seguito avrebbe ricordato con particolare fastidio quella sensazione: essere l’unico a soffrire in un posto dove tutti gli altri si divertono. C’è chi crede che il suo rancore verso la razza umana sia nato da lì.
Ci credo anch’io, se ripenso a certe vacanze che ho fatto a vent’anni.
E quando il ricordo delle tue estati a vent’anni ti spinge a simpatizzare per Hitler, bé! Finite voi la frase.
N23. Nel 1998 avevo una vita sociale travolgente.
Uscivo sei sere alla settimana.
Domenica e martedì andavo a casa di amici a giocare a Dungeons & Dragons, e poi a Magic – The Gathering fino all’una di notte.
Mercoledì: cinema, o una di quelle discoteche dove gli universitari entravano gratis.
Giovedì, per darmi un tono, cineforum.
Venerdì a ballare in qualche locale dove la musica assordante impediva qualunque socializzazione. Sabato a bere in qualche pub dove la musica assordante impediva qualunque socializzazione, e non si poteva neanche ballare.
Lunedì a casa.
Era la mia serata preferita.
N24. Nel 1999, durante una discussione della quale non ricordo i motivi, mio padre mi disse queste parole:
“Ormai sei un uomo.”
Lo disse, giustamente, come una minaccia. Quel giorno ho vomitato.
N25. Nell’ecosistema delle facoltà universitarie, Lettere Moderne occupa la zona medio – bassa della catena alimentare. Con un po’ di culo, quasi tutti gli esami di Lettere possono essere superati studiando una quantità di pagine pari al 50% del programma. A volte basta il 20%. Lo so per esperienza personale.
Uno studente di Lettere deve aver paura solo di due cose.
Primo, i professori. Non perché sono cattivi, ma perché sono brutti. Fanno proprio spavento a guardarli. Forse altrove è diverso, ma alla Statale di Milano non ce n’è uno che non sia malato e/o infermo. Uno dei miei professori era zoppo e obeso. A un altro tremavano visibilmente le mani. Un altro, pallido e gobbo, è morto a pochi mesi dall’esame. Ecco, vedete, a passare la vita su Leopardi.
La seconda cosa da temere è l’unico esame veramente difficile di Lettere Moderne: lo scritto di Letteratura Italiana. Le domande sono una roba del tipo: vi diamo un elenco di opere, voi dovete metterle in ordine per anno di pubblicazione. Oppure: in questo brano sono state sottolineate delle figure retoriche, sapete dirci che figure sono? Un bel casino, specie perché le figure retoriche sono quattro, tutte le altre sono seghe mentali degli esegeti.
Poi va da sé che qualunque esame difficile diventa ancora più difficile se non studi, e io non ho mai studiato una mazza.
Però ho sempre avuto dalla mia la tenacia. Lo scritto di Letteratura l’ho dato, invano, cinque volte.
Alla vigilia della sesta volta mia madre, ormai rassegnata, mi ha proposto di chiedere un aiutino sottobanco al mio relatore di tesi.
Ora, io il mio relatore di tesi l’avevo visto a malapena da lontano. Non c’eravamo mai neanche rivolti la parola, avevo sempre trattato con i suoi sgherri. Pure se avessi avuto il fegato di chiedere una raccomandazione, non avrei saputo a chi rivolgermi.
Ma discutere con mia madre è inutile. Ti dà solo l’illusione del dibattito: in realtà prolunga la discussione finché tu, sfinito, le dici quello che vuol sentirsi dire.
Così le ho detto che tra me e il relatore era tutto a posto.
Poi, neanche a farlo apposta, quella volta ho passato lo scritto, sia pur col voto minimo. Mia madre, ancor oggi, è convinta che ce l’abbia fatta perché ero raccomandato.
Di gente che bara e si finge onesta è pieno il mondo. Ma l’unico onesto che ha dovuto fingere di barare sono io.
P.S.: poi il relatore non si è presentato alla discussione della mia tesi. Ha mandato uno dei suoi sgherri. A me non ha dato fastidio. Al contrario, l’ho trovato un gesto di coerenza.
N26. In un modo o nell’altro ho sempre tenuto un diario. Da ragazzo avevo un piccolo registratore col quale incidevo delle minuscole audiocassette. Lo facevo ogni sera prima di andare a dormire, sono andato avanti due anni. In cantina ho ancora un sacco pieno di nastri. Non li riascolterò mai: odio il suono della mia voce.
Più avanti sono passato al cartaceo. Bisognerebbe sempre tenere un diario, e rileggerlo tutto a scadenze annuali. E’ un’ottima terapia preventiva contro le derive nostalgiche. Esempio: aiuta ad apprezzare il presente scoprire che, in un periodo della tua vita che ricordavi come sereno, in realtà stavi pensando al suicidio.
N27. Ci sono solo due età nelle quali puoi tentare di essere felice: l’adolescenza e la pensione. Prima sei troppo giovane, dopo sei troppo vecchio, in mezzo devi lavorare. E il lavoro, qualsiasi lavoro, è inconciliabile con la felicità.
Il lavoro è come la morte: l’accetti perché non puoi farne a meno. Ma saresti molto più felice se potessi vivere senza.
Comunque, tra tutti i lavori che ho fatto, l’operatore di call center non è quello del quale serbo il ricordo peggiore. Almeno ha il vantaggio di essere un lavoro facile. Così facile che puoi farlo con metà cervello, mentre con l’altra metà pensi ai fatti tuoi.
Anche se, a dire il vero, io faccio così tutti i lavori.
N28. Per un certo periodo ho vissuto a Roma, dove il mio presunto accento milanese suscitava lo stupore e le crisi violente di risate dei romani.
Eppure i milanesi faticano a identificarmi come uno di loro. Capita che mi chiedano di dove sono e da quanto tempo vivo a Milano. In alcune occasioni mi hanno preso per fiorentino, bolognese, perfino romano.
Inoltre sono nato il 21 maggio, giorno di confine tra il segno del Toro e quello dei Gemelli. Nessuno ha mai saputo dirmi se sono Toro o Gemelli, o se rientro nella minoranza astrologica delle Cuspidi, gente col doppio segno zodiacale. Io non so di che segno sono.
Non è facile vivere se non sei sicuro di nulla.
N29. La giovinezza finisce a trent’anni.
La giovinezza finisce quando ti sposi. La giovinezza finisce quando fai un figlio. La giovinezza finisce quando cominci a lavorare. La giovinezza finisce quando il tuo calciatore preferito è più giovane di te.
Naturalmente sono tutte cazzate.
La giovinezza finisce quando ti accorgi che esiste il futuro. A me è successo all’età di 29 anni, 364 giorni e 23 ore. In quell’istante esatto ho capito che la mia scorta di tempo non era infinita.
Prima di quel momento, per me il futuro era solo una replica eterna del presente. L’orizzonte più lontano era la fine della settimana.
N30. La crisi dei trent’anni m’è passata quella sera che sono uscito sul balcone e ho visto che il cielo era pieno di insetti. Una di quelle nuvole di moschini in quantità biblica che a volte, nelle notti d’estate, si spostano lentamente da ovest a est.
Ho visto questo e sono guarito, non so perché.
N31. La stragrande maggioranza della gente non ha opinioni sulla stragrande maggioranza degli argomenti.
Questo non è un male. Diventa un male perché poi quelle stesse persone pretendono di dire la loro su tutto. Ma non avendo opinioni, possono solo ripetere quello che si sente dire. Alla fine, quello che si sente dire diventa più vero della verità.
Quante volte avete sentito dire che il doppiaggio dei film è una piaga solo italiana? Eppure questa non è un’opinione, è una bugia. Basta fare un salto in Francia o in Spagna per constatare in modo inconfutabile che i film vengono doppiati anche altrove, spesso peggio che qui. Ma tutti continuano a ripetere che gli italiani non parlano inglese perché in Italia, e solo in Italia, ci ostiniamo a doppiare i film.
La gente ama i luoghi comuni più dei propri figli. L’uomo medio preferisce farsi spappolare un ginocchio da una pallottola piuttosto che mollare la presa su un luogo comune.
Anche nell’era delle E–mail, a volte vado all’ufficio postale. Ci vado per ricaricare la PostePay, perché anche nell’era delle E–mail non riesco a farlo via Internet.
L’ufficio postale vicino a casa mia funziona con efficienza svizzera. Nessuna coda dura mai più di mezz’ora, gli impiegati sono gentili anche con gli utenti più strazianti.
Ogni volta che ci vado, in coda ci sono due o più vecchietti, non sempre gli stessi, che si lamentano ad alta voce di quanto fanno schifo le poste italiane. Più la coda va in fretta, più alzano la voce.
Forse le poste italiane fanno schifo davvero. Non lo so, io non conosco le poste italiane. Io conosco quell’ufficio postale, che funziona. Ma ai vecchietti non importa, perché hanno sentito dire che le poste italiane fanno schifo.
La gente ha sempre torto. E anche quando ha ragione, ce l’ha per i motivi sbagliati.
N32. Ogni dieci volte che la vita ti tende la mano, nove è per darti una sberla.
Non c’è buddhismo, non c’è Epicuro: finché non impari questa lezione non puoi aspirare ad essere felice.
Io la lezione l’ho imparata in fretta, perché per me tutto è una coltellata.
N33. In fondo l’unica cosa che conta è la consapevolezza.
C’è un abisso tra fare una cazzata e fare una cazzata sapendo che lo è.
Se sei pigro, superbo o invidioso, non è grave. Molti sono pigri, quasi tutti sono superbi, e tutti sono invidiosi. Il problema è se lo sei e non lo sai.
Dal momento in cui sai cosa sei, ogni problema è risolto. Se sai di avere le ossa di vetro, non sali sul ring.
Perciò il mio obiettivo è impararmi a memoria.
Questo è quello che racconto in pubblico per fare bella figura. In realtà il mio obiettivo è baciare una sconosciuta in spiaggia sotto la Luna d’agosto.
Va bene anche luglio.
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Russian Girls (venerdì, 20 luglio 2007) |
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Salve! Come va? Scusate la lunga assenza, ma sono stato all’estero. Svezia, Finlandia e Russia. Soprattutto Russia.
Automobili. E’ tipico delle nazioni più avanzate e noiose, come la Svezia e la Finlandia, cercare di liberarsi dalla schiavitù dei carburanti fossili. Stoccolma è intessuta di piste ciclabili; le poche auto sono alimentate a biocarburanti ecologici. Il traffico, a Helsinki, praticamente non esiste.
Invece il culto della Dea Auto è tipico dei paesi più arretrati e divertenti, come la Russia e l’Italia. I russi hanno imparato subito la prima regola del Capitalismo For Dummies: chi guida la macchina più grossa è il Re della Foresta. Purtroppo è una regola che non tutti possono applicare.
Il parco macchine russo è lo specchio di un paese così indietro, o così avanti, da ignorare il concetto di classe media. I ricchi sfrecciano sugli stradoni multicorsia moscoviti con la stessa arroganza e gli stessi Cayennne dei bovari brianzoli. Nelle vetrine delle concessionarie domina il marchio Ferrari; i più megalomani si spostano su Limousine a sei ruote.
Dall’altro lato della strada parcheggiano i poveracci, a bordo di vecchie Lada, Trabant e Skoda: scatolette costruite negli anni ’50 per funzionare nella steppa a quaranta gradi sottozero, e non a caso sopravvissute fino ad oggi.
Una curiosa prerogativa delle città russe è che non esiste un confine netto tra l’automobilista comune e il tassista. Se hai bisogno di un passaggio alzi una mano: stai sicuro che qualcuno si ferma a raccoglierti, ovviamente in cambio d’una cifra trattabile. Di solito il tassista fai da te è un immigrato georgiano o kirghiso, su una logora Trabant coi gas di scarico che filtrano nell’abitacolo. Così il viaggio è doppio, fisico e lisergico.
Brutta gente. Osservando i cittadini russi di sesso maschile, si riscontra una percentuale preoccupante di spaventose facce da gangster. Grugni grintosi, spesso sfregiati, con l’aggravante di una perenne espressione ostile.
Certo, i nomi non aiutano. Forse io ho letto troppi fumetti, ma i nomi russi mi fanno paura: Vassilj, Vladimir, Igor! Voi affidereste vostro figlio a un pediatra che si chiama Igor? E’ un nome da orco del Signore degli Anelli.
Poi, per carità, ci saranno russi buoni e russi cattivi. Ma se li guardi in faccia sembrano tutti pronti a vendere plutonio al miglior offerente.
Cibo. In Svezia, consigliati il salmone e le aringhe. In Russia sconsigliatissimo il caviale, per i prezzi da furto. Lo si trova a cifre abbordabili solo al mercato, in lattine sinistramente prive della data di scadenza.
In Finlandia spopola una versione salata della liquirizia, immangiabile per chiunque non sia finlandese. Dopo tre succhiate l’infido alimento ha ancora un sapore da liquirizia standard. Alla quarta succhiata cominci ad avvertire un retrogusto salmastro. Alla quinta succhiata ti sembra di fare i gargarismi con l’acqua di mare. Alla sesta succhiata vieni colto da nausea, vertigini e pessimismo cosmico. Alla settima succhiata smetti di credere in Dio.
Nessuna creatura vivente non finnica è mai arrivata all’ottava succhiata senza sputare.
Dogana. Malgrado Gorbaciov e la Glasnost, entrare in Russia è ancora un’impresa.
Io ci sono arrivato da Helsinki, dopo sei lunghe ore di pullman. Alla guida c’era un tizio che forse, ai tempi del regime, percorreva quella strada in senso inverso per traghettare i sovversivi in Occidente. Difatti guidava come uno che ha il KGB alle calcagna.
La dogana russa è in mezzo alla taiga, dove la strada incrocia una striscia di terra disboscata e occupata da file di radar che si perdono all’orizzonte. Soldati e soldatesse di ghiaccio esaminano documenti e bagagliai con minuzia robotica. Credo siano militi stanziati lì dall’87, ai quali nessuno ha mai detto che la Guerra Fredda è finita.
Al ritorno ho viaggiato in treno, di notte. I doganieri finlandesi ci hanno svegliati mettendo su Barbie Girl.
Emancipazione. Se c’è una cosa che accomuna la Russia ai paesi scandinavi è il rapporto assolutamente paritario tra uomini e donne. Ma la parità della Russia non è pari alla parità della Svezia e della Finlandia: sono concezioni sfasate della stessa idea.
Quella scandinava è soprattutto una parità dei diritti. In Scandinavia è frequente trovare donne in ruoli di prestigio: ci sono donne sindaco, donne presidente, perfino donne prete. A Stoccolma ho visto un drappello di soldati maschi che marciava sotto il comando di un’ufficialessa.
Nota a margine: l’esperienza mi insegna che le donne sono i soldati ideali. Ma solo se l’esercito nemico è composto da loro ex amiche.
La parità russa è più incentrata sui doveri. In Russia è facile incontrare donne impegnate in lavori che altrove sono tipicamente maschili, in quanto pesanti, pericolosi o sgradevoli: donne muratore, donne tassista, donne spazzino. Il Metro Club, un locale di San Pietroburgo, assume solo buttafuori donne, graziose ma toste. Io ci sono stato, al Metro Club: è straniante. Entri, e ti sembra di essere in uno di quegli spot Axe sulle fantasie maschili.
Ferrovie. Come si distingue un dittatore serio, Stalin, da uno farlocco, Mussolini? A parte il numero di morti, intendo. Risposta: entrambi fanno arrivare in orario i treni, ma nel paese del dittatore serio i treni continuano ad arrivare in orario anche a fine dittatura.
Ho viaggiato da San Pietroburgo a Mosca su un treno notturno di quarta classe, sconsigliato perfino dai bigliettai per la sua presunta pericolosità. Balle: era un treno normale, pieno di ragazzini, turisti e donne sole. Quei frocetti dei russi non hanno mai preso il Milano – Reggio Calabria.
Su tutte le carrozze di tutti i treni russi c’è un samovar a disposizione dei passeggeri. Per chi non lo sapesse, io non lo sapevo, il samovar è un grosso bollitore che serve a preparare il tè. Spesso i samovar russi sono oggetti d’arte: nel Cremlino ne è esposto uno enorme, d’oro istoriato, che apparteneva al Patriarca di Mosca. I samovar dei treni sono più plebei, sembrano scaldabagni. Però il ferroviere di turno serve il tè in eleganti boccali di vetro con fregi d’argento, accompagnati da enormi zollette.
Budget permettendo, sarebbe bello mettere una botte di Chianti su ogni treno italiano.
Forze armate. Non ho mai visto tanti soldati come a Mosca. Dietro a ogni angolo c’è un gruppetto di ragazzini, età apparente dodici – tredici anni, con divise graduate rossoverdi e cappelloni da cadetti.
D’altronde si sa che i russi, per un verso o per l’altro, hanno sempre avuto il nemico alle porte: prima i tartari, poi Napoleone, Hitler, Reagan e ora i ceceni. Se il clima atmosferico russo è notoriamente freddino, quello sociopolitico ribolle; ogni locale pubblico ha un metal detector all’ingresso, la polizia effettua controlli a caso sui passanti. Me incluso.
Eppure, anche con l’esercito in casa e i terroristi in cortile, la vita continua. Sono proprio i soldatini minorenni a dare il buon esempio. Lungo le strade di Mosca ho contato almeno dieci coppie di sposi, in posa per le rituali foto post nozze. I neomariti, malgrado le facce da adolescenti, erano tutti soldati in alta uniforme. Pure le spose, a modo loro, erano in alta uniforme: vestiti d’organza con gonne grandi come la Carelia, che perfino Donatella Versace avrebbe trovato eccessive.
Una volta sono arrivato in centro poco prima di una parata. C’era il coro dell’Armata Rossa pronto a intonare l’Internazionale, accompagnato dalla banda dell’esercito. Mentre la banda accordava gli strumenti, uno dei fiati ha rotto le righe e ha accennato Strangers in the Night. Nella vecchia Russia sarebbe morto per molto meno.
Italiani – russi, una facia, una raza. L’Italia e la Russia hanno qualcosa in comune: entrambe stanno sul cazzo a tutti i paesi confinanti.
Inoltre, la dialettica che contrappone Mosca a San Pietroburgo è simile a quella che c’è tra Milano e Roma. Gli abitanti di San Pietroburgo, che non a caso è di gran lunga più bella, accusano i moscoviti di essere gente fredda e ossessionata dagli affari; proprio come fanno i romani coi milanesi.
E in effetti Mosca è davvero una specie di Milano, chiaramente elevata alla decima potenza. Fatte le debite proporzioni, la periferia moscovita non è altro che una Segrate con più betulle. Chissà se Berlusconi se n’è accorto: il palazzo segratese della Mondadori è assolutamente in linea con l’architettura condominiale socialista.
Tolti i dintorni della Piazza Rossa, Mosca è una città di dubbia bellezza e di modesto interesse artistico. Tolti i dintorni di Piazza Duomo, Milano è una città di dubbia bellezza e di modesto interesse artistico. Le discoteche più famose di Mosca si chiamano Karma e Propaganda; le discoteche più famose di Milano si chiamano Karma e Propaganda. A Milano, in Piazza Meda, c’è la statua di Arnaldo Pomodoro nota come il Disco; a Mosca, nel cortile di non so quale museo, c’è una copia del Disco di Pomodoro.
A Mosca ho beccato un cinema dov’era in programma una rassegna di film lombardi. Uno va in Russia e, invece dei ritratti di Stalin, ci trova un poster di Tognazzi.
Linguaggio. Siete di quelli che al liceo si lamentavano del latino? Bé, poteva andarvi peggio: potevate nascere in Finlandia. Il finlandese è una mostruosa lingua aliena tutta consonanti, con una grammatica da suicidio che prevede sedici declinazioni. E’ comprensibile che i finlandesi imparino qualsiasi altra lingua, pur di non parlare la propria. A Helsinki parlano tutti un inglese perfetto; i film sono rigorosamente in versione originale.
Ma basta passare il confine e la situazione si ribalta: i russi si ostinano a non imparare nessuna lingua straniera. Al di là di qualche giovane vagamente poliglotta, in Russia non c’è nessuno che vada oltre il russo. Il bello, si fa per dire, è che i russi non si preoccupano affatto di essere capiti; anzi, se non li capisci è colpa tua. Quando si accorgono che l’interlocutore non parla la loro lingua, loro ripetono le stesse parole, ma a voce più alta, come se il problema fosse il volume. Si comportano, insomma, da perfetti italiani.
In Russia i film non sono neanche doppiati: sono tradotti in tempo reale. Si sente il dialogo originale e, con un ritardo di mezzo secondo, una voce gelida e monocorde che traduce al volo. Seguire una telenovela sudamericana alla tivù sovietica è un’esperienza straordinaria: prima c’è la battuta in spagnolo, pronunciata con enfasi da soap, e poi l’algida traduzione in russo. Non mi sarei mai aspettato che le telenovele potessero diventare ancora più comiche.
Metropolitana. A vent’anni dalla Perestrojka fa ancora una certa impressione vedere la scritta McDonald’s traslitterata in cirillico. Assai più classica è un’altra M luminosa, in stile liberty, che segnala le fermate del metrò.
Dicono che nemmeno Tokyo ha una metropolitana affollata quanto quella di Mosca. Ogni giorno milioni di moscoviti sprofondano nelle viscere della Terra su chilometriche scale mobili. Non dev’essere stato facile scavare gallerie così profonde, e non dev’essere facile ristrutturarle. Sarà per questo che le stazioni del metrò di Mosca sono ancora come vent’anni fa: bassorilievi con falci e martelli, statue di eroi della Rivoluzione col mitra spianato, mosaici raffiguranti Stalin che benedice il popolo.
Vengono in mente certi organismi preistorici, di solito vermi o lucertole, che talvolta gli speleologi scoprono all’interno di remote caverne sotterranee, ecosistemi isolati rimasti immuni all’evoluzione. Idem per Mosca: in superficie, McDonald’s. Sotto, molto al di sotto, i mosaici di Stalin.
Musica. Trovo ironico che paesi come la Svezia e la Finlandia, paesi coccolati dal Welfare più efficiente del globo, paesi dove le parole “conflitto” e “sociale” esistono solo sul vocabolario, paesi dove la polizia serve solo a redarguire qualche ubriaco, siano anche paesi dove si ascoltano solo generi estremi e cattivissimi come l’hardcore e il metal. Secondo me c’entra il sangue vichingo.
A Helsinki ho visto dei punk. Erano, ovviamente, punk alla finnica: con le catene appena lucidate, i buchi nella maglietta perfettamente regolari e creste di un bel verde squillante, da Teletubbies. Si capiva subito che erano disperati; avrebbero dato tutti i loro piercing in cambio di un singolo pretesto per ribellarsi. Il Paradiso è l’inferno di chi aspira all’antagonismo.
In Russia va forte il revival anni ’80: le discoteche di San Pietroburgo pompano i Technotronic, alla tivù russa danno i video delle Bananarama e dei Simple Minds. Ho visto passare perfino il video di Living in America, quello con le scene di, uh uh, Apollo Creed che va a farsi massacrare da Ivan Drago. Roba dell’Anno Domini 1985.
Tutto questo è molto strano, perché i russi non ce li hanno mai avuti, gli anni ’80. Fino ai primi anni ’90, a quanto mi risulta, in Russia si ascoltavano i cori dell’Armata Rossa, più qualche cassetta pirata di Celentano. Cosa se ne fanno del revival di un periodo che non hanno vissuto?
Oddio, è pur vero che anche l’Italia è piena di ventenni fissati con gli anni ’70.
Ma torniamo alla Russia. Gli immigrati dell’Azerbaigian, oltre alla musica da danza del ventre, amano i Pooh.
Nico & Tina. In Svezia non fuma nessuno. In Finlandia alcuni fumano, altri no. In Russia tutti, ovunque.
Retrofuturo. Tra tutte le città d’Europa, ammesso che sia una città d’Europa, Mosca è forse l’unica paragonabile alle metropoli americane; per dimensioni, numero degli abitanti, lunghezza e larghezza delle strade, ma soprattutto quantità di grattacieli.
Ci sono grattacieli moderni, anzi, futuribili: coronati di led, cangianti di colori al neon, roba da Blade Runner.
E ci sono vecchi grattacieli gotico – barocchi, che una volta erano futuribili e oggi sono retrò. Progettati mezzo secolo fa per anticipare il futuro, mezzo secolo dopo sono già superati. Roba da film di fantascienza degli anni ’50: quelli ambientati in un 2000 che non è affatto come il vero 2000, ma è solo una versione futuribile degli anni ’50.
Ognuno di quei vecchi grattacieli è una grandiosa profezia sbagliata. Un po’ come tutta l’ex URSS.
Russian girls. Io non ci volevo credere, ma è vero: le ragazze russe sono tutte alte, bionde, con il culo di marmo e gli occhi sincronizzati su una radiazione cromatica verde – azzurra ignota a ogni altra specie animale.
Anche le svedesi e le finlandesi sono molto belle. Le finniche, soprattutto, sono porcellana.
Ma rispetto al resto del mondo, e specie all’Italia, le russe hanno il vantaggio incolmabile di non sapere cosa sia il ritegno. Grazie a Dio o, meglio, alla sua assenza, sotto il comunismo non c’erano preti a spiegare che il tanga fa piangere Gesù. Quel puritanesimo atavico che zavorra le donne occidentali non ha il visto per entrare in Russia: le ragazze russe giocano alle superfemmine con disinvoltura imbarazzante.
Come al solito vince chi ce l’ha più lungo: il tacco. Notate che ai piedi delle italiane imperano le sneaker, i sandali, o comunque i talloni ad alzo zero. I tacchi alti, al limite, sono relegati alle serate di gala. In Russia, invece, è rarissimo beccarne una senza tacchi a spillo. Tutta Mosca risuona di stilettate sul selciato, un ticchettio continuo e irregolare da contatore Geiger.
Anche, ma non solo, grazie alla spinta vettoriale dei tacchi, i culi di marmo delle russe basculano a curvature impossibili per le italiane, coi loro bacini calcificati da secoli di educazione cattolica.
Per onestà devo aggiungere che in Russia l’abbondanza di bionde amplifica la suggestione dell’osservatore italiano, proveniente da un habitat dove le bionde naturali scarseggiano. A questo riguardo, è curioso sottolineare che se una ragazza italiana vuole un look più appariscente si schiarisce i capelli, mentre le russe, al medesimo scopo, si fanno corvine. L’erba del vicino è sempre più verde, cioè, bionda, oppure mora: immagino che gli uomini russi trovino sexy i culi disfatti dalla cellulite.
Sauna. L’utopia comunista aveva l’ingenua pretesa di annullare le disuguaglianze tra gli uomini. Eppure i russi amano le saune, dove non puoi proprio nascondere le disuguaglianze più grosse.
Secondo la simpatica signora finlandese che era seduta di fianco a me sul volo Helsinki – Milano, la sauna non è sauna se quando esci non ti tuffi nudo nella neve. Io sono stato in una sauna russa, ma era in piena Mosca e in pieno giugno: fossi uscito tuffandomi nudo, ne avrei ricavato un arresto per oltraggio al pudore e un ricovero per trauma cranico. Ho dovuto ripiegare su una vasca termica, che malgrado il nome tecnico è una banale tinozza d’acqua fredda. Ottima, comunque, per stemperare il fisico dopo la cottura al vapore.
Appena fuori dalla sauna c’era un salotto nel quale uomini di ogni età, pure i bambini, bevevano, mangiavano e guardavano la partita in tivù, tutti completamente nudi. Non si avvertiva la minima traccia di imbarazzo. L’atmosfera era così rilassata che a un certo punto ho perfino smesso di fare confronti.
Appello: se in qualunque parte del mondo esistono saune miste, per uomini e donne, sarei curioso di provarne una. Laddove “curioso” vale da eufemismo.
Anche la nave che mi ha portato da Stoccolma a Helsinki era dotata di sauna. Lì io e i miei compagni di viaggio siamo stati molestati da un turco obeso e omosessuale. Un cliché così ovvio che non ci ha neanche dato fastidio: l’abbiamo considerato folklore.
Stemmi. Lo stemma russo raffigura un’aquila a due teste, perché storicamente la Russia s’è sempre dovuta difendere su due fronti. A est c’era un’orda di giapponesi che brandivano spade da samurai lanciando grida da karateka; a ovest, un’orda di svedesi che brandivano sgabelli Ikea cantando pezzi degli ABBA. Schiacciata tra la Russia e la Svezia c’era la Finlandia, che prima dei fasti made in Nokia era il più povero e sfigato dei paesi scandinavi. Povero e sfigato, ma non inerme.
Durante la Seconda Guerra Mondiale i russi stavano dalla parte dei buoni, mentre gli iperborei finnici s’erano prontamente schierati con Adolf. L’esercito russo tentò di entrare in Finlandia. Sembrava uno scontro già deciso: una delle nazioni più potenti e popolose della Terra contro una zanzara da pochi milioni di abitanti. Ma i soldati finlandesi erano più determinati, più disciplinati e, per dirla alla Risiko, più fortunati nei lanci di dado: i sovietici furono respinti con perdite. Per ogni finlandese caduto rimasero sul campo dieci russi.
Difatti sullo stemma finlandese c’è un leone, simbolo di fierezza indomabile. Certo, però, che potevano pure scegliersi un simbolo di fierezza indomabile più coerente col loro clima: come se sulla bandiera dello Zambia ci fosse un pinguino.
Tabella degli incontri casuali. Sulla nave da Stoccolma per Helsinki ho conosciuto una ragazza della Transilvania. Non le ho fatto nessuna battuta perché penso che non ne possa più.
A Helsinki ho conosciuto una ragazza irlandese che, indovinate un po’, aveva i capelli rossi. Mi sono sentito in colpa perché non ho i baffi neri.
Zar. La parola slava Zar, talvolta riportata come Czar, è una storpiatura del latino Caesar, imperatore. Il famoso sovrano russo Ivan il Terribile fu il primo a indicare se stesso col titolo di Zar. Ciò avvenne nel 1546, quando Ivan aveva sedici anni: un’età da discoteca di pomeriggio e da impennate col motorino. Per ora sembra un dettaglio, ma tenetelo a mente.
Lo chiamavano Ivan il Terribile perché, a giudizio di alcuni contemporanei, era terribilmente privo di buon gusto. A parte che si bardava di bigiotteria come un gangsta rapper, il suo primo gesto da regnante fu regalare a ogni dama di corte una padellata di gemme. E si deve a lui la costruzione della Cattedrale di San Basilio, un edificio che in quanto a sobrietà fa il paio con Gardaland.
Gli Zar successivi, chi più chi meno, rimasero fedeli a quella linea: ostentazione, stile chiassoso e status symbol. L’Armeria del Cremlino conserva torreggianti tiare da dieci chili e uova di tirannosauro placcate platino; al confronto i gioielli della Corona inglese sono una collezione di Accessorize. Lo stesso Cremlino è bianco e sfarzoso come una villa con giardino di Hollywood. Solo che le ville di Hollywood non sono incappucciate d’oro.
L’ultimo Zar, Nicola II Romanov, venne fucilato sugli Urali nel 1918; ufficialmente per motivi politici, in realtà per impedirgli di lanciare la moda del rubino nel dente. Seguirono settant’anni di grigiore comunista.
Da quando è crollato il Muro, il popolo russo è nuovamente libero di esprimere la sua profonda natura zarista. In omaggio allo spirito dei loro antichi signori, oggi molti russi portano cinture D&G con fibbie antiproiettile, mutande di Armani fuori dai jeans e, per gli uomini, scarpe rigorosamente a punta.
Di qui la parola zarro.
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| Postato da: dottord a 00:23 |
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Un Giorno Come Gli Altri (lunedì, 21 maggio 2007) |
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Oggi compio gli anni.
Tendo a dare un’importanza esagerata al mio compleanno, nel bene e nel male. Di solito sono le donne che, fino a una certa età, s’arrabbiano se ti dimentichi il loro compleanno, e passata quell’età s’arrabbiano se glielo ricordi. Per quasi tutti gli uomini, al contrario, il proprio compleanno è un giorno come gli altri. Io sono quel quasi.
Sarà che compiere gli anni non capita spesso, in genere una volta all’anno, ma ho sempre sentito il bisogno di celebrare l’evento. Alcuni compleanni mi sono riusciti meglio, altri peggio. Stranamente quelli riusciti meglio sono scomparsi nel ripostiglio della memoria, mentre i peggio sono impressi a fuoco nel mio cervello.
Ad esempio, la notte prima del mio decimo compleanno ero così su di giri per l’emozione che ho vomitato sulla moquette di camera mia.
Il mio diciassettesimo compleanno ha coinciso con l’annuncio dell’attentato a Falcone e, soprattutto, con una tremenda cazziata da parte di mia madre, peraltro per futilissimi motivi.
Alla festa del mio ventinovesimo compleanno sono venuti in sei, cinque dei quali non hanno aperto bocca per tutta la sera.
E così via.
E’ significativo, anche se non so di cosa, che i compleanni più brutti della mia vita siano stati i numeri diciotto e trenta.
I diciott’anni segnano l’ingresso nell’età adulta. Io sono stato accolto nel mondo dei grandi in modo non proprio amichevole: la sera del mio diciottesimo compleanno sono stato derubato. Durante la rituale festa in discoteca, ignoti mi hanno sottratto quasi tutti i regali. Ci ho rimesso, tra l’altro, una spilla d’oro e l’unico Swatch che abbia mai avuto, perso ancor prima di estrarlo dalla confezione.
Gli unici regali snobbati dai ladri, e quindi gli unici che mi sono rimasti, furono i libri. Col senno di poi, alla faccia di chi non crede nel destino, quella serata fu la profezia perfetta di ciò che sarebbe stata la mia vita adulta: tante letture teoriche, poche certezze pratiche, e niente Swatch.
Quanto ai trent’anni, non ero uno di quei patetici quasi trentenni che vivono con orrore il conto alla rovescia. Negli anni dopo i venticinque, che per me sono stati piuttosto felici, avevo altro da fare che tremare al cospetto del moloch Tre Zero. Anzi, in parte mi piaceva l’idea di compiere trent’anni. Mi sembrava un’età virile.
Ma la sera prima del mio compleanno, a una festa altrui, ho incontrato un depresso.
E’ noto che la depressione è una malattia. E’ meno noto che si tratta di una malattia contagiosa, e che alcuni depressi equivalgono agli untori medioevali. Nel vano tentativo di liberarsi dalla loro sofferenza, cercano di scaricarne un po’ sul prossimo. E a volte ci riescono.
Quella sera, a poche ore dal mio trentesimo compleanno, ho incontrato un depresso. Mi ha guardato negli occhi, con uno di quegli sguardi liquidi e fissi che sono tipici dei depressi, e con una vibrazione distruttiva nella voce mi ha detto:
“Compiere trent’anni è una tragedia. E’ la fine definitiva della giovinezza.”
In quel preciso istante, tutte le paturnie che mi ero risparmiato fino ad allora hanno rotto gli argini. Io, che non piangevo dall’età di dodici anni, il giorno dopo ho pianto. Quella sera ho festeggiato con la morte nel cuore. Era solo l’inizio di quella patologia squisitamente contemporanea che viene chiamata Crisi dei Trent’Anni.
Nei mesi successivi ho convissuto coi sintomi della depressione. Mi alzavo alla mattina e passavo l’intera giornata a cercare di convincermi che c’era un buon motivo per arrivare alla sera. Fantasticavo spesso sull’ipotesi di buttarmi dal balcone, o su forme di suicidio più soft, come sposarmi. In quel periodo ero così sconvolto che ho fatto un sacco di stupidaggini: ho perso il lavoro, ho insidiato ragazzine minorenni, mi sono fidanzato.
Poi sono guarito. Mi deprimo facilmente, ma grazie a Dio sono troppo superficiale per farlo da professionista. Quando ho compiuto trentun anni mi era rimasto solo un vago ricordo della crisi. Tipo quegli incubi che ti sembrano agghiaccianti mentre li sogni, ma ridicoli se ci ripensi da sveglio. Come diceva Chaplin, ecco che arriva la citazione colta, la vita è una tragedia in primo piano, ma una commedia in campo lungo.
Per la cronaca, il mio trentunesimo compleanno è stato uno dei più passabili.
Oggi compio trentadue anni. Vorrei festeggiare, ma forse, per la prima volta in vita mia, non lo farò. Considerati i precedenti, non si sa mai.
In fondo, per dirla da vero uomo, è un giorno come gli altri.
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| Postato da: dottord a 16:03 |
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D-Generation (domenica, 26 novembre 2006) |
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Al mondo c’è chi crede in sé stesso, chi crede in Dio e chi nel caso.
Quelli che credono in sé stessi sono convinti di essere fabbri del proprio destino; vincere o perdere dipende solo dalle nostre mosse, come negli scacchi. Quelli che credono in Dio, al contrario, pensano che il nostro destino sia già scritto, nel DNA o nelle stelle; a noi non resta che decifrare il messaggio, come in un rebus. E poi c’è chi crede nel caso; inutile lottare, tanto ogni cosa si riduce a una lotteria.
Altrettanto inutile chiedersi chi ha ragione. Esaminando la biografia di qualunque uomo, illustre o meno, si trovano indizi a favore di tutte e tre le teorie. Peggio: basta cambiare angolazione, e lo stesso evento si trasforma in un passo d’alfiere, un tratto di disegno cifrato o un lancio di dadi.
Ergo, alla fine, è la solita questione di gusti. I calcoli, il Cosmo e la casualità più totale: scegli tu di chi è la colpa, o il merito, se oggi sei come sei e non come cinque, o sette.
Anche la persona più insignificante di questa Terra è dotata, per natura, almeno di un talento straordinario. La protagonista della nostra storia si chiama Elisa ed è, appunto, la persona più insignificante di questa Terra.
Il suo talento straordinario è la sopravvivenza. Cioè, quel misto d’istinto, fortuna e pelle dura che ti permette di cavartela nelle situazioni potenzialmente letali. E’ un bene che Elisa possieda questo talento, perché all’epoca della nostra storia vivere è ancora un mestiere rischioso.
Elisa nasce in Liguria nel 1914, l’anno in cui l’umanità scopre che una Guerra può essere Mondiale. Nello stesso anno, ma a un oceano e qualche giorno di distanza, nasce anche il poeta psichedelico William S. Burroughs. Elisa non sentirà mai parlare di Burroughs, né Burroughs sentirà parlare di Elisa. I due, però, avranno in comune il consumo massiccio di tuberi: peyote per lui, patate per lei.
Quella di Elisa è una famiglia di contadini poveri dell’entroterra ligure. Fin dal giorno in cui cominciano a camminare, Elisa e la sua sorella maggiore accompagnano i genitori nei campi. Le bambine fungono da segugi: cercano le patate affioranti tra le zolle, e indicano alla zappa paterna dove colpire.
Burroughs, ancora lui, dirà che niente è più pericoloso di rimanere immobili. Elisa impara questa lezione con decenni di vantaggio sul coetaneo: un mattino del 1919, dopo aver segnalato una patata che aspetta di essere raccolta, la bimba non si ritrae in tempo e si becca la zappa in testa. La lama dell’attrezzo le fracassa letteralmente il cranio. Quindi Elisa, a modo suo, libera la propria mente ben prima di Burroughs.
Nel minuscolo paese di Elisa non c’è neanche un vero medico. Quello che viene spacciato come dottore, in realtà, è solo un tizio che ha imparato sotto le armi i rudimenti del pronto soccorso. Davanti alla ferita di Elisa può fare meno di quanto farebbe uno stregone bantù.
Eppure Elisa sopravvive. La ferita si richiude, lasciandole in testa un doppio solco, nella memoria e nel teschio. In capo a una settimana, Elisa è di nuovo in piedi.
Chi ha visto Final Destination sa che la morte è un ragioniere puntiglioso. Per far quadrare i conti, se c’è uno che la scansa per un pelo, ne sceglie un altro a cui tagliare il filo. Nel 1926 il famoso prestigiatore Houdini, maestro di sparizioni, scompare per l’ultima volta. Non meno spettacolare il numero della madre di Elisa: un minuto prima respira e il minuto dopo, senza motivo, è morta. Diagnosi e autopsie non esistono ancora.
Elisa e sua sorella restano sole col padre, che non è un uomo cattivo, ma ama poco lavorare e molto bere. Sostanzialmente orfane, le ragazzine devono cavarsela mangiando quello che trovano: quando mancano le patate si sostentano a castagne, latte di capra e imprecisate radici dolciastre.
Malgrado ciò, alla faccia delle diete dissociate, Elisa cresce eccezionalmente sana. Non è bella, ma siccome siamo in un contesto nel quale la salute conta più della bellezza, i compaesani la guardano come una specie di Gisele Bundchen. La solida teenager passa ogni sabato sera nella discoteca locale: la consolle è una fisarmonica e il DJ è un bovaro, ma il ballo assolve comunque la sua funzione di premessa del rimorchio. Tra tanti spasimanti, la scelta di Elisa cade su un tale di nome Mario, che peraltro è suo cugino. Meglio restare in famiglia, per andare sul sicuro.
Nella grande città c’è più lavoro ma, a parte questo, la vita è dura come nei campi. Anzi, almeno al paesello c’era la stufa: nella casa milanese non c’è neanche il riscaldamento, e d’inverno si battono i denti. Elisa e Mario, tuttavia, tirano a campare benino. Poiché non va ancora di moda il precariato, lui trova un posto fisso da operaio; poiché non va ancora di moda Greenpeace, lei trova un posto fisso da pellicciaia. Il suo capo è un ricco commerciante d’origine russa, tra i loro clienti c’è uno scontroso pittore di nome De Chirico.
Per un certo periodo Elisa e Mario sono ragionevolmente felici, ma non può durare. Il segreto di un buon matrimonio è sapersi adattare al passo del partner; tenere il passo di Elisa, però, è quasi impossibile, e non in senso figurato. Una domenica i coniugi hanno la pessima idea di affittare un tandem. Mario cerca invano di reggere il ritmo delle pedalate di Elisa: è una tale sudata che il poveretto, di lì a qualche giorno, schiatta di polmonite. Siamo nel 1942, lo stesso anno in cui, per una beffa della sorte, nasce il futuro ciclista Felice Gimondi.
I parenti di Mario, che poi sono anche quelli di Elisa, piangono il morto per circa cinque minuti: è gente pratica, alla quale non piace perdere tempo. A esequie avvenute, i congiunti propongono a Elisa di tornare in Liguria e risposarsi col fratello di Mario. Ma Elisa rifiuta l’offerta; le basta e le avanza avere un cugino sulla coscienza. Anche il capo russo di Elisa fa delle avance alla neovedova, che però lo respinge, in quanto troppo vecchio e troppo sposato. Così Elisa rimane a Milano da sola, scegliendo lo status di urban single con largo anticipo su Sex & the City.
Intanto è uscito in tutta Europa il sequel della Guerra Mondiale. Come spesso capita coi sequel, non è altro che una scopiazzatura del numero uno con molti più effetti speciali. Il cielo sopra Milano si riempie di bombardieri britannici: gli inglesi stanno dalla parte dei buoni, ma Elisa, che non ha visto Salvate il Soldato Ryan, ha qualche problema a distinguere l’etichetta sulle bombe. Una di quelle bombe le cade di fianco a casa; l’esplosione manda in frantumi le finestre, il tailleur di Elisa viene crivellato dalle schegge. In quel momento, per fortuna, il tailleur di Elisa non è indossato da Elisa ma dall’attaccapanni. Elisa si è rifugiata in cantina un minuto prima.
Quell’episodio convince Elisa a trasferirsi temporaneamente in una sede più sicura, cioè Tradate, un paesino della provincia milanese dove non osano le aquile d’Albione. A Tradate Elisa trascorre gli anni della guerra in relativa pace; e poiché la pace è sempre meno interessante della guerra, abbandoniamo momentaneamente Elisa per occuparci di qualcuno che sta in prima linea.
E’ il 1943. L’isola di Pantelleria, che un giorno vedrà sbarcare tanti gommoni di profughi, ora è sotto attacco da parte di ben altri natanti, quelli della Marina Americana. Nel frattempo, per contrappasso, un contingente italiano è sbarcato in quel paese che, un giorno, ricambierà la visita a suon di profughi: l’Albania.
Non è facile combattere chi non vuol essere combattuto. I guerriglieri albanesi sono letali e invisibili come vietkong; a tratti cecchini fantasma sparano da lontano qualche fucilata sugli italiani, ma il nemico non mostra mai il suo volto in campo aperto. Il Terzo Battaglione dei Granatieri di Sardegna arranca lungo i monti illirici per chilometri, senza incontrare anima viva.
Tra quei granatieri, tradizionalmente tutti altissimi, spicca in negativo un certo Bruno, che invece non arriva al metro e ottanta. Bruno è un milanese che, da civile, lavorava come impiegato per la SAFAR, una fabbrica di osteofoni. E’ nato nel 1916, proprio come lo scienziato inglese Francis Crick, che vincerà il premio Nobel per aver scoperto l’esistenza del DNA. Bruno, che ha la sesta elementare, non vincerà alcun premio, ma dimostrerà nei fatti quanto sia importante avere i geni giusti.
S’è detto che chiunque ha almeno un talento straordinario. Bruno non sfugge alla regola: il giovane milite è bravissimo a fare le cose con i piedi. Se vi sembra un ossimoro, non avete considerato che in Italia la religione nazionale è il calcio. Bruno è un formidabile mediano, ha giocato da professionista in serie C e, prima della guerra, stava trattando per un ingaggio in Svizzera. Non è precisamente il soldato ideale: in battaglia è prudente ai confini della codardia, e dimostra di servire la Causa con ben poco entusiasmo. Ma i suoi goal nella squadra dell’esercito gli sono valsi gli alamari da sergente.
In fondo, la gerarchia militare è lo specchio di una realtà tragica, ma universale: non tutte le vite hanno lo stesso valore. Alcuni sono più sacrificabili di altri, per una questione d’abilità, merito o banale fortuna; c’è chi campa perfino col cranio spaccato, e chi crepa per un semplice giro in tandem. L’esercito rende palese quest’ingiustizia tramite fregi sulle spalline. Un destino scritto non nelle stelle, ma nelle stellette.
Una notte Bruno e un paio di subalterni stanno stendendo il filo spinato intorno all’accampamento italiano. All’improvviso, un boato e un sibilo li costringono ad alzare lo sguardo: da dietro una montagna è in arrivo una granata di mortaio albanese. Nel mezzo secondo che separa la granata dal suolo, uno dei due fanti che accompagnano Bruno tenta la fuga. L’altro, al contrario, resta sul posto a compiere il suo dovere: si butta su Bruno e gli fa scudo col proprio corpo. Non è eroismo, ma mero rispetto del grado. La granata tocca terra ed esplode; quando si dissipa il polverone, i due soldati semplici sono morti. Bruno, viceversa, è illeso.
E questo solo perché gioca bene a calcio.
Anche i bambini sanno che il 1945 è un punto di svolta nella storia dell’umanità. Si tratta, infatti, dell’anno in cui gli Stati Uniti gettano le basi della futura egemonia mondiale. Mi riferisco, ovviamente, al fatto che nel ’45 nasce Henry Winkler, alias Fonzie.
E’ una sera di marzo, ed è noto che a marzo il tempo atmosferico impazzisce: su Milano cade un misto di pioggia e bombe USA. Tuttavia, mescolata con le polveri dei palazzi distrutti, si respira già nell’aria l’imminente fine della guerra. Vige ancora il coprifuoco, ma non tutti lo rispettano; i giovani organizzano rave party clandestini negli scantinati, al ritmo peccaminoso dei grammofoni. Ad una di tali feste l’ex milite Bruno, congedato per problemi reumatici, conosce Elisa, di ritorno dalla trasferta a Tradate.
Tra le virtù di Bruno non c’è il coraggio; non ce l’aveva in battaglia e non ce l’ha con le donne. Abbiamo detto, però, che il 1945 è l’Anno di Fonzie, come vi confermerà qualunque astrologo; sono, quindi, favoriti gli approcci spavaldi in ogni campo, dall’abbordare una donna all’attaccare il Giappone. Nel caso specifico, gli influssi astrali prendono la forma di un ombrello: Bruno s’è portato il suo, Elisa no, fuori piove e il pretesto è pronto. Bruno accompagna Elisa a casa, il resto va da sé. Al primo bacio fa da sfondo uno show di fuochi artificiali, gentilmente offerto dall’aviazione a stelle e strisce. Oltre l’orizzonte, in anticipo sui tempi, brilla il bagliore di Hiroshima.
I voli low cost sono tutti overbooked, e le Maldive sono troppo cheap per essere up to date: Bruno ed Elisa vanno in luna di miele nell’esotica Liguria, dal parentado di lei, viaggiando su un carro bestiame. L’afrore di fieno e bovini ha una buona influenza sui due sposi novelli; poco dopo il rientro a Milano, Elisa resta incinta. Un bel modo per celebrare il fatto che la guerra, intanto, è finita.
E vissero tutti felici e contenti. Così si chiudono le fiabe; ma nel mondo reale la guerra non finisce mai. Neanche quando finisce.
La SAFAR, la ditta per la quale lavora Bruno, ha prosperato fino ad oggi vendendo osteofoni all’esercito. Ora, però, purtroppo è scoppiata la pace: niente più guerra, niente più forniture militari, niente più stipendio per Bruno. Proprio mentre sta per diventare padre, Bruno resta disoccupato e senza una lira. Certo, il denaro non è tutto; le cose possono sempre andar peggio, finché c’è la salute. Difatti, per non essere da meno del marito, Elisa s’ammala di tifo. Viene visitata da un dottore, uno di quelli veri, non lo stregone bantù del paese natio. La sentenza: è possibile che Elisa se la cavi, ma è impossibile che porti a termine la gravidanza.
Sembra che la lunga corsa a ostacoli di Elisa e Bruno stia per arrestarsi contro un altissimo muro di mattoni. Ma non esistono muri troppo alti per gente come Bruno e come Elisa, perché Bruno e Elisa appartengono a una razza dotata di talenti straordinari.
La razza delle persone normali.
La R.O.L., Raffineria Oli Lubrificanti, è un’azienda che, indovinate un po’, si occupa di raffinare oli lubrificanti. Per motivi d’immagine, la R.O.L. sponsorizza una squadra di calcio che porta il suo stesso nome e gioca, con risultati altalenanti, a livello regionale. I vertici della R.O.L., intesa come ditta, cercano giocatori per rafforzare l’attacco della R.O.L., intesa come squadra; siamo ancora lontani dai miliardi di Totti, sia in termini di date che di cifre, ma la R.O.L. assicura a ogni nuova leva un posto da impiegato. In cambio di un saporito salario mensile, Bruno accetta di infilare i piedi nelle scarpette della R.O.L., la squadra, e le gambe sotto una scrivania della R.O.L., la ditta.
Se Bruno viene salvato dal tifo calcistico, Elisa si salva dal tifo epidemico. In sua presenza, le statistiche mediche diventano carta straccia: non solo guarisce, ma sforna una bambina vivissima che, nella miglior tradizione di famiglia, crescerà forte e sana.
Molti anni dopo, la figlia di Bruno e di Elisa avrà un figlio maschio.
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| Postato da: dottord a 15:15 |
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Hex and the City (domenica, 21 maggio 2006) |
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Tutte le città, e soprattutto le città italiane, hanno un’anima; tranne Milano, che ne ha mille. Ogni volta che arrivo a Bologna, a Firenze o a Roma, ho la sensazione che debba succedere qualcosa; ma solo a Milano sento che può succedere qualunque cosa.
1. Alighieri Remixed
“Lo buon maestro disse: ‘Ormai, figliuolo,
s’appressa la città c’ha nome Dite,
coi gravi cittadin, col grande stuolo’.”
Si dice che quando odi qualcuno è perché non lo capisci. Il vero motivo per cui tanta gente non ama Milano è che si tratta di una città difficile da capire: sicuramente, la più complessa d’Italia. E’ brutta, ma bella; è ostile, ma pronta ad accogliere chiunque; è invivibile, ma pulsa di vita. Quando si parla di lei, non esiste quasi nessuna affermazione che non sia vera, e nel contempo falsa.
Ad esempio è falso, ma vero, che a Milano c’è poco verde. Nel Sahara di metallo e cemento resistono oasi di flora: il Parco Sempione, i Giardini della Guastalla, il Parco della Martesana, Parco Forlanini, Parco Monlué, Parco Ravizza, Parco Solari, il Parco di Baggio, il Bosco in Città, il Parco delle Cave, Parco Nord, i Giardini di via Palestro, quelli di Villa Litta e quello a me più caro, il Parco Lambro.
Il Parco Lambro gode di una fosca nomea, perché fino a un paio di decenni fa era fittamente frequentato da tizi poco raccomandabili. Poi i tizi poco raccomandabili sono stati rimossi, ma la fosca nomea è rimasta. Nel tentativo di smorzarla, il Comune di Milano ha disseminato il Parco di cartelli teoricamente amichevoli, che dovrebbero spronare i passanti all’esercizio fisico, o descrivere le specie vegetali presenti in loco. Solo che ci dev’essere stato un equivoco in sede di stampa, o forse il Parco Lambro ci tiene alla sua fama di duro, e nottetempo ha scombinato le lettere; fatto sta che le scritte sui cartelli non sono quelle previste.
Per dirne una, vicino all’ingresso del Parco che dà su via Feltre c’è un cartello che recita così:
“Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate.”
Tra casa mia e quel cartello ci sono circa tremila passi; lo so con certezza, dal momento che ogni due giorni vado a fare footing al Parco Lambro. Seguo sempre lo stesso percorso, che parte dallo spiazzo d’asfalto a fianco della pista da skateboard. A volte la pista è vuota, altre volte tamarri dal piglio truce ne solcano su rapide ruote la superficie concava. La pista è circondata da un recinto, sul quale campeggia un cartello che dice:
“E come li stornei ne portan l’ali
nel freddo tempo, a schiera larga e piena,
così quel fiato li spiriti mali
di qua, di là, di su, di giù li mena.”
Lo spiazzo dal quale comincio a correre è un tradizionale ritrovo per padroni di cani e per le rispettive bestie, alcune delle quali raggiungono stazze ai limiti del bovino, e questo mi invoglia a correre più in fretta. E’ capitato, proprio lì, che un colossale cane lupo, un Cerbero grosso come tre cani normali, decidesse di azzannarmi a una chiappa, lasciandomi un livido per dente. E si devono essere verificati altri incidenti simili, poiché a margine dello spiazzo circolare un cartello avvisa del pericolo:
“Noi aggirammo a tondo quella strada,
parlando più assai ch’i non ridico;
venimmo al punto dove si digrada:
quivi trovammo Pluto, il gran nemico.”
Mi lascio alle spalle lo spiazzo e procedo tra due ali d’erba lungo un rettilineo lastricato di pietra, oltre il quale ha davvero inizio il Parco. Al di là di quel limite gli alberi s’infittiscono, i nodi del legno mi fissano con sospetto, i rami mi indicano con dita ossute e, insomma, la selva si fa oscura. Il passaggio di confine è segnalato da una tabella botanica, uno di quei cartelloni che informano sulle piante circostanti e che nessuno, tranne le scolaresche in gita, legge mai. In questo caso è un bene che non venga letto, perché dice:
“Non fronda verde, ma di color fosco;
non rami schietti, ma nodosi e ‘nvolti;
non pomi v’eran, ma stecchi con tosco.”
Il mio percorso abituale prosegue attraverso una grande rotonda d’asfalto, assediata da fronde e radici. Seguo la metà sinistra della rotonda e m’infilo in un altro sentiero, che costeggia i cancelli di ferro d’un tetro edificio grigio. Sembra una scuola, ma il cortile è perennemente deserto, e dalle finestre non si scorge traccia d’attività umana. Gira voce che sia un centro per il recupero dei tossici; io lo uso come punto di riferimento. So che sono arrivato nel mezzo del mio cammino quando riesco a leggere la targa che sormonta la porta principale:
“Per me si va ne la città dolente,
per me si va ne l’etterno dolore,
per me si va tra la perduta gente.”
Inverto l’ordine di marcia e torno indietro, diretto verso casa. Raggiunta di nuovo la rotonda, stavolta ne percorro la metà destra. E’ la parte più interessante delle mie sessioni di footing, perché mi trovo a costeggiare un’ansa del fiume Lambro, il corso d’acqua che dà nome al Parco. Parlare d’acqua, in effetti, è inappropriato: il letto del Lambro ospita soprattutto schiumosi liquami industriali, dall’inconfondibile afrore chimico. E’ un Acheronte postmoderno sulle cui rive, non di rado, si scorgono animali irsuti che a prima vista sembrano, ma non sono, conigli. Un cartello, come se ce ne fosse bisogno, sconsiglia la balneazione:
“In la palude va c’ha nome Stige
questo tristo ruscel, quand’è disceso
al piè delle maligne piagge grige.”
Eppure, lungo le sponde di quel Flegetonte radioattivo, fioriscono i platani e prosperano gli olmi. Eppure, in quelle acque torbide e verdastre, sguazzano serenamente le paperelle. Eppure, su quella gora morta, planano candide ali di gabbiano.
Io credo che niente sia più milanese del Lambro.
Negli ultimi anni è diventato di moda scappare da Milano, o almeno dichiararne l’intenzione. La curiosità di visitare altri luoghi è comprensibile e sana, ma io compatisco chi viaggia nella speranza di trovare altrove quel che ha cercato invano sotto casa. Se non riesci a vedere il Paradiso nel tuo giardino, non lo vedrai in nessun posto al mondo.
Lo stesso, naturalmente, vale per l’Inferno.
Era un mattino di primavera del duemilaecinque; presso lo spiazzo a fianco della pista da skateboard mi stavo preparando alla solita mezz’ora di footing. Tutt’intorno, sospinti da un filo di vento, nevicavano quei fiocchi bianchi tipicamente primaverili ai quali molti, per fortuna non io, sono allergici.
Schivati i morsi dei maledetti lupi, partii. L’erba a fianco del rettilineo di pietra era completamente bianca di fiocchi, mentre il sentiero ne era sgombro: sembrava di correre su una strada tra le nuvole. La brezza sul viso, le nubi ai miei lati e neanche un’anima in vista; l’illusione di trovarsi oltre i cirri fu così perfetta che smisi di avvertire ogni sforzo legato alla corsa. Nella mia testa, una voce ripeteva:
“Tu non sé in terra, sì come tu credi;
ma folgore, fuggendo il proprio sito,
non corse come tu ch’ad esso riedi.”
Librandomi ad alcuni centimetri dal suolo, sfrecciai lungo il mio consueto percorso. Alberi, rotonda, sentiero, palazzone grigio fino alla porta principale; poi palazzone grigio, sentiero, rotonda.
E fu allora che la vidi.
Era una colonna di fiocchi bianchi alta non meno di cinque o sei metri. Vorticava lentamente su sé stessa, ma non si spostava dal punto in cui era sorta. Era così compatta che, ne sono sicuro, avrei potuto attraversarla senza distruggerla, ma non lo feci: la bellezza ispira sempre reverenza, e non avevo mai visto niente di più bello. Milioni di fiocchi richiamati all’ordine dalla mano del caso, o di chi per lui.
“In su vid’io così l’etera addorno
farsi e fioccar di vapor triunfanti
che fatto avien con noi quivi soggiorno.”
Non osai nemmeno avvicinarmi, trattenuto dal timore di sconvolgere quell’equilibrio, e dalla naturale soggezione che suscita ogni spettacolo unico. Tornai, invece, sui miei passi; attraversai nuovamente la rotonda, poi il sentiero, fiancheggiai il palazzo grigio e, ancora, rifeci il percorso fino all’apparizione bianca. Benché avessi corso il doppio di quanto faccio normalmente, non mi sentivo affatto stanco; ero mosso solo dal desiderio di rivedere il vortice bianco, dalla volontà di accertarmi che, appena gli avevo voltato le spalle, non fosse scomparso.
“A l’alta fantasia qui mancò possa;
ma già volgeva il mio disio e l’velle,
sì come rota ch’igualmente è mossa,
l’amor che move il sole e l’altre stelle.”
Ma il vortice bianco era scomparso.
Al suo posto, sulla riva del Lambro, c’era un vecchio. Malgrado l’età palesemente avanzata, aveva un’aria vigorosa; la pelle scura, color corteccia, solcata da rughe profonde; i tratti del viso duri, grezzi, sgradevoli; e un incongruo abbigliamento elegante, giacca, camicia e pantaloni buoni. Impugnava un grosso accendino. Rimasi a guardare mentre si chinava e dava fuoco a uno dei fiocchi sparsi sull’asfalto; la particella bianca, che io mi figuravo ignifuga, divampò in una fiammata impressionante.
Poi il vecchio si voltò verso di me, mi rivolse un ghigno giallastro e disse:
“Non isperate mai veder lo cielo:
i’ vegno per menarvi a l’altra riva
ne le tenebre etterne, in caldo e ‘n gelo.”
Feci quel che avrebbe fatto chiunque: scappai. Corsi, corsi, corsi fino all’uscita del Parco, poi per tutta via Feltre. Smisi di correre soltanto dopo essere rientrato in casa. Libero da ogni suggestione, mi ricordai finalmente che ero vivo, quindi stanco.
“E caddi come corpo morto cade.”
2. Legal Alien
E’ da circa un anno che nel mio quartiere, ma forse nell’intera Milano, succedono cose strane. L’hanno notato in pochi, perché la maggior parte della gente era distratta da altro; ad esempio dalle elezioni regionali del duemilaecinque, che hanno trasformato la Lombardia nell’ultima roccaforte di destra del paese. Ora che ci penso, è più o meno da quel momento che è cominciato tutto.
Di fianco a via Feltre c’era uno spiazzo vuoto dove, a volte, si fermava il circo. Ci hanno costruito un edificio, un cubo di cemento sormontato da un’antenna colossale, irta di parabole a grappoli. Ufficialmente, il cubo è una centrale di polizia; ma dal giorno dell’inaugurazione, mesi fa, non ne ho mai visto entrare o uscire anima viva. M’inquieta, quell’enorme dado dalle finestre cieche. Fossi paranoico, penserei che è stato eretto solo come base per l’antenna gigante. Un’antenna che trasmette su chissà quali frequenze, per chissà chi.
Nel palazzo di fronte a casa mia, invece, ferve fin troppa attività. Una volta il palazzo era una vecchia fabbrica di televisori; se abitate dalle parti di via Pordenone l’avete presente di sicuro. La nuova amministrazione regionale ne ha ricavato un complesso d’uffici, una facciata scintillante di finestroni e porte automatiche. Vivendo lì davanti, e avendo sempre quei finestroni sott’occhio, mi sono accorto che a qualunque ora del giorno e della notte c’è movimento tra quelle scrivanie; non esiste domenica o festa comandata in cui le porte automatiche smettano d’aprirsi e richiudersi. Ignoro che razza d’impresa richieda tanto sforzo permanente, né ho mai conosciuto qualcuno che sapesse di preciso cosa si combina là dentro. Eppure è tutto alla luce del sole; attraverso le finestre di cristallo si può osservare ogni mossa degli uomini e delle donne che popolano il palazzo. Finora, però, spiarli mi ha portato a una sola certezza: se io posso vedere loro, loro possono vedere me.
Ho visto un UFO.
In genere gli avvistamenti di UFO avvengono di notte, alla presenza di uno o due testimoni. Io, invece, ho visto un UFO alle cinque del pomeriggio, in pieno Corso Buenos Aires. Era il primo dicembre del duemilaecinque; per caso, nel posto e nell’attimo giusto, ho alzato lo sguardo e l’ho visto.
Più che l’oggetto volante in sé, troppo lontano per distinguerlo, ho visto la sua scia: lunga, appuntita, rosso fuoco, sicuramente diversa da quella di un aereo. Avrebbe potuto essere un missile, ma non mi risultano basi missilistiche intorno a Milano. Avrebbe potuto essere una meteora, ma le meteore viaggiano dall’alto verso il basso, non viceversa.
Quindi, era un UFO.
Anche se suppongo fosse molto veloce, la grande distanza lo faceva sembrare così lento che ci ha messo quasi un minuto a uscire dalla mia visuale. Ho avuto il tempo di fotografarlo col cellulare: uno scatto nel quale si discerne a malapena una virgola vermiglia su sfondo plumbeo, ma è abbastanza per testimoniare che non ho sognato.
I milanesi, geneticamente refrattari all’astrazione, non sono una razza che guarda spesso il cielo. Ergo, benché fossi in mezzo a una ressa di passanti, credo di essere stato l’unico a vedere l’UFO. Questo spiega ciò che accadde dopo.
A circa dieci passi dal luogo dell’avvistamento, mentre mi stavo già chiedendo quali fossero le parole più adatte per raccontare il mio incontro non ravvicinato, dal portone di un condominio saltò fuori una donna sulla cinquantina. Era, o almeno disse di essere, una di quelle forzate del marketing che elemosinano l’attenzione del prossimo a fini statistici. Mi propose di provare un prodotto e di esprimere il mio gradimento. Impietosito dalla sua condizione di pseudolavoratrice, accettai.
Seguii la signora in una stanza al pianoterra del condominio, dove mi fu offerto il prodotto da valutare: una bibita verde brillante, della quale venni esortato a trangugiare due bicchieroni. Solo a ingestione avvenuta la donna mi rivelò che quella bibita era assenzio.
Oscar Wilde diceva che un bicchiere d’assenzio ti fa vedere il mondo com’è, due te lo fanno dimenticare e tre te lo mostrano come vorresti che fosse. Dopo due bicchieri di assenzio, all’uscita da quella stanza, il ricordo del mio avvistamento UFO m’era evaporato dalla testa. Per qualche secondo conservai una vaga e nebbiosa reminescenza del fatto che mi era successo qualcosa di notevole, senza che riuscissi a focalizzare cosa; poi smisi di pensarci.
Non commettete il mio errore, non fidatevi: loro sono ovunque. Sembrano persone normali, poliziotti, impiegati del Comune, innocue signore cinquantenni afflitte dal precariato; ma hanno eletto il governo e, da allora, lavorano per lui. Occupano punti strategici per tenervi sotto controllo, si mischiano tra la folla per potervi stare vicini. Il loro scopo è impedirvi di vedere quel che sta accadendo. Hanno i mezzi per cancellare definitivamente qualsiasi informazione scomoda dal vostro e dal loro cervello; o meglio, li avrebbero, se fossimo in un altro paese. Ma in Italia, per fortuna, anche i complotti sono fatti all’italiana.
Il giorno dopo ero da mia nonna, zona Lambrate, e stavo illustrando alla vetusta consanguinea le meraviglie del mio cellulare con videocamera. Mentre scorrevo le foto in memoria, incontrai un’inquadratura del cielo d’autunno apparentemente priva d’interesse. Chiedermi perché l’avessi scattata e ricordarlo fu tutt’uno; le sinapsi assopite dall’assenzio ripresero di colpo a crepitare. Nella foga di quell’epifania, mi spinsi a riferire dell’UFO alla nonna, che pure non ha mai visto X-Files e ignora l’esistenza di Roswell.
Per questo, ma non solo per questo, la sua reazione mi lasciò sbalordito.
La nonna non manifestò un’oncia d’ironia, o scetticismo. In tutta naturalezza replicò che anche lei, un paio di mesi prima, aveva avvistato un UFO. Si stava godendo il fresco sul balcone quando, sopra i tetti di via Porpora, era apparsa una palla di fuoco, sospesa a mezz’aria, immobile. Sia la sfera fiammeggiante che l’anziana spettatrice erano rimaste al loro posto per quasi un quarto d’ora; poi la sfera era schizzata via, e la nonna era rientrata in casa a guardare Passaparola. Per quanto fosse certa al duecento per cento di aver visto ciò che sosteneva di aver visto, la nonna non aveva raccontato a nessuno di quell’episodio, perché a novant’anni il rischio di essere presi per rincoglioniti è sempre alle porte; specie se sei una vecchia comunista, vivi nella Milano berlusconiana e dici che t’è apparso il Sol dell’Avvenir.
Quella sera, come al solito, spiai dalla mia finestra gli impiegati del palazzo di fronte, ancora al lavoro malgrado l’orario. Ebbi la sensazione, nettissima, che fingessero di passare carte, smanacciare computer e flirtare con la vicina di scrivania, ma in realtà stessero guardando me. E abbassai la tapparella.
Mi sono informato tramite alcuni siti Internet di ufologia. Pare che i visitatori extraterresti, ma ormai sono tentato di chiamarli invasori, si dividano in tre categorie.
1 – I Grigi. Sono omini alti un metro e mezzo, con la testa bulbosa e la pelle, indovinate un po’, grigia. Vengono dalla galassia di Zeta Reticuli e usano gli esseri umani come cavie per i loro esperimenti. Nella prospettiva terrestre, i loro processi mentali sono incomprensibili.
2 – I Nordici. Altresì noti come Pleiadiani, poiché vengono da un pianeta nell’ammasso stellare delle Pleiadi. Hanno un aspetto simile al nostro, ma sono più alti, più belli e più biondi di noi: insomma, degli angeli. Portano messaggi di pace e fratellanza cosmica; trattano i terresti come lontani cugini ritardati, con bonaria superiorità.
3 – I Rettiliani. Vengono da un pianeta che ruota intorno alla stella Alpha Draconis e, coerentemente, sono mostri squamosi a sangue freddo. Ostili, violenti e guerrafondai, sembra che conquistino i mondi altrui al fine di mangiarne gli abitanti.
Ora, se davvero la Regione Lombardia sta coprendo un’invasione aliena, spero almeno che gli invasori siano i Nordici, e non perché voglio far felice la Lega. Se invece fossero i Grigi, vabbé: tanto ho fatto l’università, sono abituato a trattare con ometti grigiastri che parlano una lingua incomprensibile. Ma pure se fossero i Rettiliani, ci adatteremo; dopotutto, i lucertoloni non possono essere peggio dei Formigoni.
3. Alice Unchained
Questa è una storia strana.
La protagonista di questa storia si chiama Alice.
Questa storia comincia con una ragazza di nome Alice, che però non è la stessa Alice protagonista della storia.
In effetti la protagonista di questa storia, benché tale, non compare affatto all’interno della storia stessa.
Ve l’ho detto che è una storia strana.
Venerdì sei novembre duemilaedue, tarda sera. Sono a una festa in un appartamento di Porta Romana. Non conosco quasi nessuno, ma c’è qualcuno che vorrei conoscere: una delle ospiti, minigonnata e rossocrinita, m’attizza da morire. Mentre elaboro un pretesto per l’abbordaggio, fingo interesse per la mobilia.
La padrona di casa è una fanatica di fenomeni paranormali e ha un’intera libreria di volumi a tema. Il mio sguardo naviga lungo le coste di manuali su Stonehenge, sui poteri E.S.P., sui misteri di Giza. Unica eccezione: al centro del mobile, una copia di Alice nel Paese delle Meraviglie.
Quando rompo gli indugi e aggancio la rossa meravigliosa, scopro che si chiama Alice. Minuscola coincidenza, a malapena di classe Delta.
Sabato sette novembre duemilaedue, pomeriggio. Sono a casa, immerso in amare riflessioni post duedipicche. D’un tratto, squilla il cellulare. Rispondo, ma la comunicazione è molto disturbata. Mi arriva solo un troncone di parola:
“…ice.”
Subito, d’istinto, chiedo:
“Alice?”
Con la rossa di ieri non c’è stato neanche uno scambio di numeri, perciò non ho nemmeno concepito l’eventualità che possa essere lei, e di altre Alici non ne frequento. Ho pronunciato quel nome semplicemente perché è il primo al quale ho pensato. Sommata alla coincidenza precedente, questa è una piccola coincidenza di classe Gamma.
Comunque, all’altro capo del filo virtuale non c’è un’Alice ma Beatrice, un’amica che non sentivo da secoli. Ha un invito per me.
Sabato sette novembre duemilaedue, verso le dieci di sera. E’ il compleanno di Beatrice, entro a casa sua. Ci sono ancora pochi invitati e c’è Beatrice, che sta consegnando una bambina ai rispettivi genitori. Mi spiega che le fa da babysitter e che la bimba si chiama Alice. Due sere, due feste, due Alici: la pesca miracolosa, coincidenza di classe Beta.
Si passa alla coincidenza di classe Alfa quando Beatrice mi scruta, sorride e, senza premesse né apparente motivo, dice qualcosa che non ha senso:
“Stasera sembri il Cappellaio Matto.”
Otto novembre duemilaedue, pomeriggio. Sono in chat con il mio amico Marco S., professione neurochirurgo, occultista per hobby. Credere negli spiriti vi potrà sembrare inappropriato a un uomo di scienza; io, al contrario, trovo molto coerente che le medesime mani operino cervelli e sfoglino il Necronomicon. In fondo gli angeli e i demoni sono tutti nascosti nella nostra testa; non è un’opinione mia, ma di Aleister Crowley, e se non se ne intendeva lui…
Marco S. è il mio principale referente in materia di stranezze inclassificabili. Ad esempio, avevo chiesto il suo parere in quel periodo nel quale, ogni mattina, trovavo sul pianerottolo una diversa carta dei tarocchi, inclusa un’inquietante Morte. Marco S. mi aveva rassicurato argomentando che la Morte, nei tarocchi, non è necessariamente un simbolo infausto, e in ogni caso non era affatto scontato che l’anonimo cartaio ce l’avesse con me. Forse Marco S. aveva ragione; di certo, dopo un po’, smisi di trovare carte sullo stuoino.
Memore di quella consulenza, racconto a Marco S. della pioggia di Alici che mi ha tempestato nelle ultime ore. Lui mi risponde che le coincidenze sono lo strumento tramite il quale forze superiori cercano di comunicarci un messaggio, ma spesso si tratta di un messaggio che non siamo in grado di decifrare. Inoltre, aggiunge, è meglio essere cauti: quello che gli ho raccontato non basta, a suo avviso, per parlare di coincidenze significative.
Non ha tutti i torti. Ripercorro con la memoria questi due giorni e mi convinco di aver condito qualche banale casualità con dosi abbondanti di suggestione. D’altronde preferisco quest’ipotesi a quella ultraterrena. Non mi piace l’idea di un angelo custode che mi mormora, anzi, mi urla qualcosa nelle orecchie, magari qualcosa di fondamentale, magari il segreto della felicità, senza che io abbia alcuna speranza di comprenderlo. Sarebbe un’ironia troppo crudele. A questo punto è meglio supporre che siamo soli, che le coincidenze non sono altro che coincidenze.
In quel momento, suonano alla porta. Vado ad aprire, è mia madre. Ha in mano il suo solito mazzo di chiavi, dal quale pende un portachiavi nuovo. Sul portachiavi campeggia un grosso logo di Alice Telecom.
Uno scienziato americano si è preso la briga di calcolare quante coincidenze clamorose capitano nella vita di ogni uomo. Alla fine ha stabilito che le coincidenze pro capite sono tanto numerose da farsi beffe di ogni statistica. Lo scienziato considera questo studio la dimostrazione del fatto che l’universo non è retto dal caso, ma regolato da un’entità intelligente. Sarebbe, in sintesi, la prova scientifica dell’esistenza di Dio.
Questo terzetto di racconti a base di angeli, diavoli, coincidenze e dischi volanti avrebbe dovuto finire così, con la parola “Dio”. Sento, invece, di dover aggiungere che dalle parti di Lampugnano, nell’hinterland milanese, s’è verificato un avvistamento di UFO. Nel giardino del mio condominio, inoltre, sono state trovate candele votive spezzate e altri indizi del fatto che ignoti, nottetempo, vengono a celebrare messe sataniche nel nostro cortile. Queste due bizzarre notizie mi sono state comunicate, a poca distanza l’una dall’altra, proprio mentre stavo scrivendo l’ultimo dei tre racconti: quello sulle coincidenze.
Benvenuti a Milano.
Note.
Alighieri Remixed. Le citazioni, nell’ordine, provengono da: Inferno, VIII, 67-69; Inferno, III, 9; Inferno, V, 40–43; Inferno, VI, 112–115; Inferno, XIII, 4–6; Inferno, III, 1–3; Inferno, VII, 106–108; Paradiso, I, 91–93; Paradiso, XXXI, 131–133; Paradiso, XXXIII, 142–145; Inferno, III, 85–87; Inferno, V, 142.
Legal Alien. E’ un racconto concepito e ambientato prima delle ultime elezioni politiche, e mi sa che si sente. Non che la situazione sia cambiata poi molto, da queste parti: Milano continua ad essere una roccaforte di destra. O no? Aspettiamo l’elezione del prossimo sindaco e vedremo.
Alice Unchained. Quiz per i fedelissimi: questo racconto comincia nello stesso luogo e nello stesso momento di un altro mio vecchio racconto. Chi azzecca quale vince un portachiavi di Alice Telecom.
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| Postato da: dottord a 16:39 |
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Indiana D. e il Tempo Maledetto - The Adventure Game (martedì, 27 dicembre 2005) |
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Quando avevo tredici anni, i miei libri preferiti erano quelli nei quali il protagonista ero io. Raramente mi è capitato di sentirmi altrettanto protagonista della mia vita.
1
Sono le ventitré e trenta del ventisette agosto duemilaecinque. Il tuo nome è Dottor D. e hai una missione da compiere.
Ti guadagni da vivere scrivendo i dialoghi di una nota soap opera. E’ un mestiere che può comodamente essere svolto da casa e non ha orari, ma solo scadenze; tutti questi vantaggi si trasformano in zavorre se combinati con i tuoi difetti.
Circa un mese fa sei stato incaricato di scrivere un episodio. Un anticipo eccessivo per un lavoro che richiede al massimo quattro o cinque giorni; perciò te la sei presa comoda. Talmente comoda che sono le ventitré e trenta del ventisette agosto, la puntata deve essere pronta per il ventinove e tu non hai ancora cominciato a scriverla.
D’altronde rispettare le scadenze non è il tuo forte da quando hai finito le scuole elementari. Alle medie, al liceo e all’università non c’è stato esame, compito in classe o interrogazione che tu non abbia preparato di fretta e all’ultimo minuto, pur ripetendo ogni volta che la volta successiva sarebbe andata in modo diverso. Ora sei nel mondo del lavoro e non c’è niente di diverso. Hai sempre pensato che il passaggio del tempo portasse in regalo un maggior controllo sulla propria vita, ma forse ti sbagliavi. In questo momento hai la sensazione che dai tredici ai trent’anni non sia cambiato nulla.
Comunque, ehi, non tutto è perduto! Puoi ancora consegnare una puntata passabile con modesto ritardo, se non entro il termine previsto. E’ sufficiente che risparmi sulle rifiniture, ti neghi il lusso superfluo del sonno e soprattutto scrivi come un dannato. La missione è difficile, non impossibile; ma tu sai bene che il cammino dell’eroe, per definizione, è lastricato di ostacoli.
Concluso il necessario minuto di raccoglimento che prelude ad una notte insonne, ti siedi davanti al PC e ti prepari a far volare le dita sulla tastiera; quand’ecco che il tuo cellulare, lasciato incautamente acceso, squilla. Rispondi: all’altro capo c’è l’Ingegner V., una tua conoscenza recente, con un invito ritardatario ad un evento sociale, in corso a casa sua.
Provi a rifiutare, ma l’Ingegner V. non demorde, forte di quella implacabile insistenza che amici e conoscenti sviluppano solo nei momenti peggiori, tipo questo. Ad un tratto ti sorprendi a pensare che casa V. non è affatto lontana dalla tua, e che un’oretta di lavoro in più o in meno non può fare tutta questa differenza.
Se resisti alla tentazione e ti metti a lavorare, vai all’11
Se cedi e raggiungi l’Ingegner V., vai al 12
2
Un sinistro cigolio attira la tua attenzione: ti volti, ma ormai è troppo tardi. Le ante di un armadio si spalancano, e dal mobile emerge tua cugina, esattamente com’era diciassette anni fa, inclusa la scopa brandita come una mazza. Fai appena in tempo a realizzare che tutto questo non ha alcun senso, prima che quella terribile apparizione ti salti addosso e ti fracassi il cranio.
SKIANT!
3
Luxuria omnia vincit. Dimentico dei tuoi propositi, afferri per un polso l’Ingegner V. con la grazia di un cavernicolo che prende la sua donna per i capelli, e ti apri la strada tra la folla verso la sala sgombra. L’ingegnere si guarda bene dall’opporsi; a quanto pare non aspettava altro.
Nei pochi metri che separano te e la tua aspirante partner dal buio del vostro nido d’amore, tu hai una subitanea illuminazione: ci sei già stato, in questo posto, e più di una volta. Ai tempi dell’adolescenza l’hai bazzicato spesso, finché l’età media dei clienti non s’è impennata verso la trentina. A quel punto ti sei rivolto altrove, perché ti sembrava che i trentenni fossero dei vecchi. Oggi sei un trentenne, ma non ti senti né vecchio né adulto; come potresti, se non hai nemmeno imparato a finire i compiti? Sei ancora il ragazzino che eri il giorno in cui hai smesso di frequentare questo posto, ma non ne vai orgoglioso. Affatto.
Tale è l’amarezza di quelle conclusioni che perfino il tuo slancio lubrico ne esce smorzato. Stai per voltarti verso l’Ingegner V. e dirle che, senza offesa, non sei proprio nello stato d’animo per un breve interludio carnale, e che magari se ne riparla in futuro, quando…
…peschi una carta dal mazzo degli imprevisti. Un tizio ti si para davanti e ti chiama per nome. E’ un individuo baffuto, olivastro, dai modi nervosi, con un vago aspetto da mediorientale che, in tutta sincerità, non trovi rassicurante. Di seguito al tuo nome pronuncia anche il tuo cognome, dunque ogni equivoco è escluso: quest’uomo ti conosce, e si aspetta che tu riconosca lui.
Il problema è che sei sicuro di non averlo mai visto in vita tua.
Se confessi al misterioso sconosciuto che non hai idea di chi sia, vai al 14
Se menti spudoratamente e fingi di averlo riconosciuto, sperando che non scopra il bluff, vai al 7
4
Respingi, seppur a malincuore, l’Ingegner V. e ti prepari a fare il tuo dovere. Per rafforzare il tuo alibi, decidi di andare davvero in bagno prima di cominciare a scrivere. Raggiungi i bagni, apri la porta, entri e…
…precipiti con un urlo disumano in un abisso profondo migliaia e migliaia di chilometri. Un cartello, misteriosamente appeso all’interno della porta, dice:
“Fuori servizio.”
SKIANT!
5
Cominci a giocare. In ossequio a quell’esattezza matematica che per gli ingegneri è culto e filosofia di vita, le regole sono fissate con grande precisione. La prima volta che la bottiglia sceglie una coppia, ci si limita a un bacetto a fior di labbra; solo se il Fato ripropone quella stessa coppia si passa alla lingua.
La bottiglia decide che devi baciare la padrona di casa. Ubbidisci senza remore; tu e l’Ingegner V. avete un contatto rapido e casto, da ragazzini.
A quella parentesi di anacronistico candore segue uno spettacolo d’orrore adulto. Capita, d’un tratto, che la bottiglia si ostini a indicare per due volte un’accoppiata di uomini. Presumi, ingenuo, che in casi come questi sia lecito soprassedere, ma la legge tribale non contempla eccezioni; gli sventurati, entrambi solidamente etero, sono costretti a furor di popolo alla reciproca esplorazione orale, sia di superficie che intima. Tu distogli lo sguardo, ma non abbastanza in fretta: i tuoi antichi traumi legati al gioco della bottiglia sono già stati soppiantati.
Poi la bottiglia s’appresta a girare di nuovo, e con un brivido di puro panico ti viene in mente che il prossimo candidato al bacio omosex potresti essere tu.
Se t’inventi una scusa per lasciare il gioco e scappare, vai al 13
Se ti fai forza, rimani e affronti a denti stretti, si fa per dire, quello che ti riserva il destino, vai al 10
6
Mentre salite a casa sua, l’Ingegner V. ti mormora all’orecchio:
“Ce l’hai un profilattico, vero?”
Impallidisci.
SKIANT!
7
“Ma… Ma certo che mi ricordo di te! Come stanno i tuoi… Uh… I tuoi genitori?"
L’uomo si fa scuro in viso.
“Come puoi dire una cosa del genere?” ti chiede, con amarezza. “Eppure lo sai, lo sai che sono orfano da quando avevo otto anni!”
Sgrani gli occhi e, dopo un attimo di sconcerto, non cerchi di replicare, ma non ce la fai: boccheggi, diventi paonazzo e, tra le grida sconvolte dell’Ingegner V., stramazzi al suolo. Più tardi, esaminando il tuo corpo, un medico dirà:
“Avevo letto di casi del genere, ma non credevo fosse davvero possibile morire di vergogna.
SKIANT!
8
Durante il viaggio in macchina da casa V. al locale prescelto sei roso dal terrore e dai sensi di colpa, stavolta non sottili ma ben piazzati. Il cineforum dei tuoi neuroni proietta, spontaneamente e a ciclo continuo, una retrospettiva sul tema “Come far infuriare i propri capi, essere cacciati dal lavoro e finire a friggere topi di fogna sotto un ponte per il resto della vita.” Respiri male, rispondi a monosillabi e formuli con chiarezza un unico pensiero: non dovresti essere qui. E’ un concetto che ti appare più limpido ad ogni metro percorso dall’auto sulla quale ti trovi, ma ormai è tardi per tornare indietro.
Vieni parzialmente scosso dalle tue fosche riflessioni quando, mentre ti stai assestando sul sedile, qualcosa ti punge a una coscia. Frughi nella tasca corrispondente: salta fuori che si tratta di una matita a pulsante. Ulteriori indagini portano alla luce anche un miniquadernetto di carta riciclata. A casa tua hai milioni di quadernetti e di matite del genere, ma come ci sono capitati questa matita e questo quaderno nelle tasche dei tuoi pantaloni? E’ un mistero; un mistero della fede, un segno del Cielo.
Collezioni matite e microquaderni proprio perché sono strumenti adatti a scrivere ovunque e in qualunque occasione. Una volta, grazie ad essi, hai buttato giù un episodio di soap quasi completo nel corso di una trasferta notturna Milano – Roma, sdraiato dentro una cuccetta di treno. La tua Musa non s’inibisce nelle situazioni estreme ma, al contrario, ama farlo in luoghi pubblici; e il cesso della discoteca è un classico. Forse c’è ancora speranza.
Arrivate al locale, uno di quei club R’n’B pieni di negroni che sembrano 50 Cent e bevono Negroni che costano otto Euro. Poiché siamo a fine stagione, una delle due sale disponibili è farcita di corpi umani che si contorcono a tempo di musica, ma l’altra è semibuia, deserta e silenziosa. Dettaglio, per te, rilevante: la sala vuota è a fianco dei bagni. Il tuo piano: balli cinque minuti onde sviare i sospetti, poi ti allontani con la scusa di andare in bagno e ti rintani a scrivere nella sala silente, dove sei sicuro che nessuno verrà a cercarti. Non sai quanto e cosa riuscirai a produrre, ma sarà comunque meglio che buttare via tutta la nottata.
All’atto pratico, però, il tuo piano comincia a vacillare fin dal punto uno. Non avevi considerato un elemento fondamentale, ossia la recente diffusione dei corsi di ballo latinoamericano, che ha conferito movenze sensuali perfino a certi ingegneri. L’Ingegner V., nello specifico, è Cintura Nera di Salsa & Merengue: appena salite sul ring del ritmo, la ragazza ti mette alle corde con una serie di strusciamenti scorretti, che pur colpendo sotto la cinta ti fanno girare la testa. Nei limiti, notevoli, della tua residua lucidità capisci che l’Ingegner V. non è intenzionata a lasciarti andare… O perlomeno non da solo.
Se resisti alle lusinghe della carne, respingi l’Ingegner V., ti attieni al tuo piano e scappi nella sala vuota, vai al 4
Se nella sala vuota ci vai, ma portandoti dietro l’Ingegner V., vai al 3
9
Lasci casa V. e ti avvii da solo, a piedi, nel cuore della notte; un’esperienza sconsigliata ovunque, figuriamoci alla periferia di Milano. Non hai fatto neanche dieci metri che alcuni albanesi ti hanno già intercettato. Ti spogliano di tutti i tuoi averi, poi ti spogliano in senso stretto e ti costringono a subire una lunga e dolorosa violenza carnale sul selciato. La vera tragedia è che ti uccidono quando comincia a piacerti.
SKIANT!
10
Audaces fortuna iuvat. Pur continuando a vorticare, la bottiglia ti ignora e punta solo su altri, generando i più svariati connubi tra uomini e donne, uomini e uomini, donne e donne, accoppiati e scoppiati, scapoli e ammogliati. Dopo innumerevoli giri, quando la statistica pretende il suo tributo e la bottiglia spiana ancora il dito, anzi, il collo verso di te, la bocca che ti tocca è di nuovo quella dell’Ingegner V.; tu pensa, alle volte, le coincidenze. La ragazza dev’essere di quelle che prendono i giochi molto sul serio, perché ti sembra che paghi pegno con fervore perfino eccessivo.
Intanto s’è fatta mezzanotte e mezza, c’è chi propone di levare le tende e andare a ballare. Tu stai per aderire, ma ti sovviene che t’eri ripromesso di rincasare in fretta per metterti al lavoro. Le lancette corrono, la scadenza si avvicina e finora non hai neanche creato il file Word dell’episodio che avresti dovuto scrivere!
Vai dall’Ingegner V., la ringrazi per l’ospitalità e ti scusi se devi già fuggire, ma lei ti chiede o, meglio, ti implora di unirti al resto della compagnia anche per il prosieguo della nottata. La tua risposta dovrebbe essere un no ultrasonico; eppure esiti. E’ strano: benché abbiate limonato solo per gioco e imposizione divina, adesso provi un sottile senso di colpa all’idea di abbandonarla così, su due piedi.
Se fai l’unica cosa sensata, cioè resistere sul fronte del no e tornare a casa, vai al 9
Se sei abbastanza pazzo da ignorare i tuoi impegni lavorativi per accogliere le suppliche dell’Ingegner V., vai all’8
11
Spegni il cellulare, ti sgranchisci le dita e ti metti al lavoro. Qualche minuto dopo, un DC9 dirottato da alcuni terroristi cade su casa tua, uccidendo tutti gli occupanti e, nel dettaglio, te. Il tuo ultimo pensiero, mentre agonizzi tra le macerie, è che se tu fossi uscito ti saresti salvato. Un’altra storia che ci ammonisce circa l’importanza di anteporre il piacere al dovere.
SKIANT!
12
Appena entri in casa V., deciso a non restarci più di mezz’ora, realizzi di essere l’unica persona presente: tutti gli altri sono ingegneri. Peraltro ingegneri biomedici, la specie più aliena in assoluto; fino a qualche tempo fa eri convinto che esistessero solo in Star Trek. Il clan qui riunito mescola maschi e femmine, perché la parola “ingegnere” è maschile e femminile. l’Ingegner V., ad esempio, è una donna.
Benché l’invitato più vecchio abbia trentadue anni e il più giovane ventotto, gli ingegneri biomedici sono alle prese con un passatempo da festa delle medie: il gioco della bottiglia. Seduti in cerchio, si scambiano baci random agli ordini d’un ex bottiglia di birra rotante. Ti offrono di partecipare.
Temi che un rifiuto possa essere considerato un’offesa mortale; con le culture esotiche non si scherza, magari per gli ingegneri questo è un rito religioso. Tu, però, non pratichi il gioco della bottiglia dall’età di tredici anni, quando, durante una vacanza al mare, una sessione finì in tragedia. Tua cugina, alla quale il caso aveva imposto di baciare labbra a lei sgradite, pur di eludere le pretese del suo aspirante baciatore gli spezzò letteralmente una scopa in testa.
Per lui, fu un trauma cranico; per te fu psicologico, e non l’hai mai davvero superato.
Se prendi il coraggio a due mani, ti siedi nel cerchio degli ingegneri e affronti lo spettro della tua adolescenza, vai al 5
Se preferisci non scomodare i fantasmi del passato e declini gentilmente l’invito degli ingegneri, vai al 2
13
Farfugli una scusa e ti alzi; tra gli ingegneri cala un silenzio gravido di tensione, tutti si voltano a guardarti. Capisci di aver commesso un errore irreparabile, e sai che la tua ultima speranza è la fuga. Muovi qualche cauto passo all’indietro, poi ti giri e cominci a correre, ma non sei stato abbastanza rapido: gli ingegneri ti inchiodano con delle puntine da disegno sparate da delle cerbottane. Due di loro ti bloccano a terra mentre il Sommo Sacerdote, cioè quello che si è laureato col voto più alto, si avvicina salmodiando un’equazione di terzo grado e brandendo un goniometro dal bordo tagliente…
SKIANT!
14
Lo sconosciuto scoppia a ridere. Ci mancherebbe pure che lo riconoscessi, dice, considerando che non vi vedete da circa diciassette anni: sostiene di essere Bruno C., nientepopodimeno che un tuo compagno di scuola delle medie. Rimani basito, perché il Bruno C. che ricordi può essere diventato il Bruno C. che hai davanti solo se il suo cervello è stato estratto dalla scatola cranica e inserito in un nuovo corpo; nient’altro può giustificare un cambiamento fisico così radicale. A questo riguardo, ti sorge spontaneo chiedergli come abbia fatto, lui, a riconoscere te. Bruno C. sorride e risponde:
“Non sei cambiato per niente.”
Appunto.
E non finisce qui. Bruno C. si rivolge a un gruppetto di quattro o cinque persone, invitandole ad avvicinarsi. Il gruppetto ubbidisce e, appena muove qualche passo, capisci che non è un gruppetto di quattro o cinque persone, ma una sola persona dalla massa corporea pari a quella di quattro o cinque; un figuro la cui stazza è tanto singolare da renderlo plurale, un pachiderma ossigenato e vestito in stile hip hop, un hiphopotamo. Lo squadri, sgrani gli occhi e, non senza qualche difficoltà, lo identifichi: è Massimo P., era in Terza B., giocavate insieme a Dungeons & Dragons. Ti saluta con una cordialità proporzionale al suo peso, quindi commovente, e ti racconta che lavora per una piccola etichetta discografica, fanno musica di nicchia, indie rap, roba del genere. Poi ti dice altre cose, ma tu non stai più ascoltando: sei perso tra i sentieri della memoria, quelli con vista panoramica sul presente.
Nel millenovecentottantotto Massimo P. era un ragazzone a malapena robusto, forse un po’ tamarro, ma giovale e non sgradevole. Faceva l’unico lavoretto part time che un tredicenne può considerare cool, cioè il PR in discoteca; ogni volta che andavi a ballare, rigorosamente di pomeriggio, lui era là, con un braccio intorno alla vita di qualche pertica bionda che dimostrava venticinque anni. Tu, che eri un protonerd e non sapevi nemmeno che sapore avesse una donna, provavi nei suoi confronti un’invidia pungente benché priva di rancore, perché Massimo P. non aveva neanche il buon gusto di essere antipatico. Oggi Massimo P. sembra Giuliano Ferrara travestito da Eminem e dice di fare l’indie rap, che se non abiti come minimo a Los Angeles è solo un modo elegante per dichiararsi disoccupati.
Anche lui, come già Bruno C., è del parere che non sei cambiato. Tu annuisci perché, all’improvviso, trovi che quel concetto sia rassicurante. Di colpo, come per miracolo, non ti senti più tanto severo verso te stesso; la tua incapacità di gestire il tempo ti sembra irrilevante rispetto alla capacità del tempo di gestire te. E la tua carenza cronica di senso del dovere diventa un risibile peccato veniale, un piccolo prezzo da pagare in cambio di quello che sei e che hai. Solo adesso ti rendi conto che tieni ancora tra le dita il polso dell’Ingegner V.: lo lasci e le prendi la mano. Lei te la stringe forte.
Verso le tre del mattino decidete di tornare a casa. Saluti Bruno C. e Massimo P., quest’ultimo con particolare calore. Penserà che il tuo sia semplice affetto per un amico ritrovato. Non saprà mai quanto ha fatto per te.
La carovana di auto degli ingegneri si assottiglia, man mano che i vari elementi della compagnia vengono scaricati alle rispettive dimore. Tu, intanto, riavvolgi il nastro della serata trascorsa, conti i bivi nei quali ti sei imbattuto e li moltiplichi per il resto della tua vita passata. Concludi che poteva finir peggio, magari in modo tragico, e se sei arrivato dove ti trovi vuol dire che in fondo sai scegliere bene. Inutile, quindi, preoccuparsi di ciò che è stato e che sarà: domani, dopotutto, è un altro giorno, come dicono nei film. Oppure continua nel prossimo episodio, come dicono nelle soap.
A proposito di soap. E’ vero che domani è un altro giorno: il giorno in cui dovrai consegnare quel prossimo episodio che continua a non esistere. Ma tu sei tanto carico di ioni positivi che neanche questo ti pare più un problema. D’altronde hai ancora un patrimonio di ben ventiquattr’ore a tua disposizione, e senti che ti basterà; le idee hanno già iniziato a scoppiettarti nella testa come pop corn appena inseriti nel microonde, le parole sono lì che aspettano solo di essere incastrate le une sulle altre come pezzi di Lego. Puoi farcela, e ce la farai! Devi soltanto tornare a casa e metterti a scrivere come un dannato.
Nel frattempo sei arrivato a casa, ma non è casa tua. Al termine del giro di rientro ti ritrovi davanti alla casa dell’Ingegner V., nella macchina dell’Ingegner V., solo con l’Ingegner V. che, col tono più allusivo immaginabile, ti propone:
“Vieni su da me.”
Oh, beh, un’oretta non può fare differenza.
Certo, però, che a tredici anni non ti capitavano queste cose.
HAI VINTO!
Ma se questo finale non dovesse piacerti, vai al 6
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| Postato da: dottord a 20:26 |
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Doctor D.'s Summer Special - Le Possibilità di un'Isola (lunedì, 21 novembre 2005) |
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Lo scorso Natale mi hanno regalato una Moleskine, la regina delle agende, il diario di viaggio appartenuto a Chatwin, Hemingway e Picasso. Io, escluse le mie periodiche trasferte a Roma, non viaggio quasi mai; ho dovuto aspettare l’estate per sfruttare degnamente la mia Moleskine. Il risultato è la risposta a una domanda da storia dell’arte ipotetica: quali pagine avrebbero prodotto Chatwin, Hemingway e Picasso se non fossero stati dei geni, ma solo dei maniaci sessuali?
Ah, già, Picasso era entrambe le cose.
8 agosto 2005, 10:30, ora italiana.
Le hostess di bordo sono una categoria particolarmente cara all’immaginario erotico maschile. Non so perché. E’ vero che molte hostess sono dei bei tocchi di ragazze, ma lo stesso vale per le standiste da fiera e le cameriere dei pub, che pure non assurgono al rango d’archetipi. Forse l’inconscio del maschio associa il nomadismo professionale delle hostess all’idea di una sessualità disinvolta e priva di legami. Nella testa dell’uomo, le hostess di bordo diventano d’alto bordo. Che stiano in alto, del resto, è innegabile.
Sono su un aereo di una piccola compagnia svedese. Essendo una compagnia piccola, sull’aereo c’è una sola hostess, carina; essendo una compagnia svedese, era lecito aspettarsi che la hostess fosse un po’ più che carina. A giudicare dalle ricrescite non è neanche bionda naturale, che per una femmina di ceppo scandinavo è un’onta squalificante. Benché io non abbia poteri paranormali, posso affermare con assoluta certezza che tutti i passeggeri maschi su quest’aereo si sono abbandonati almeno per un secondo a considerazioni simili alle mie. Perché quando un uomo vede una donna in divisa da hostess, non può trattenersi dal soppesarne in modo più o meno ozioso il potenziale erogeno. E’ un riflesso pavloviano.
In quest’aereo ci saranno circa centocinquanta persone, la metà delle quali di sesso maschile. Diciamo che questo aereo fa quattro viaggi al giorno. In base a un rapido calcolo, ogni giorno ci sono trecento uomini che, mentre la hostess espone le procedure d’emergenza, non resistono alla tentazione d’immaginarsela nuda. Cruciale, poi, il momento in cui la hostess attraversa l’aereo chinandosi a destra e a sinistra per controllare che tutte le cinture siano allacciate. In quel momento topico, i trecento uomini non possono fare a meno di chiedersi se la hostess ne stia approfittando per sbirciare le loro pelvi. Io, invece, mi chiedo se la hostess sia conscia di quest’aspetto del suo lavoro. Se ne sia irritata, o intrigata, o se non sia proprio questo il motivo per cui ha scelto di diventare hostess.
Sto volando verso Rodi, l’isola greca. L’ironia della sorte, step one: fino a tre giorni fa ero dalle parti dell’altra Rodi, quella pugliese, dove trascorrevo le mie serate in un bar gestito da alcune simpatiche ragazze polacche. L’ironia della sorte, step two: scopro ora che la Rodi greca, d’estate, è tradizionalmente invasa da turiste polacche. Io in Polonia non ci sono mai stato; me la figuro come un posto tristissimo, dove il polacco medio non si suicida solo perché è troppo depresso per sollevare la pistola fino alla tempia. Chi c’è stato, però, sostiene che le polacche sono donne dalla bellezza eccezionalmente fine. Mah, sarà; le polacche conosciute in Puglia, ancorché simpatiche, non mi hanno fatto una grande impressione, ma ripongo grandi speranze nella Rodi greca. Le ragazze dell’Est, in fondo, sono come le hostess: una categoria molto cara all’immaginario erotico maschile.
10 agosto 2005, 12:00, ora greca.
Il mare di Rodi è straordinario. L’acqua è così trasparente che la superficie, appena increspata dalla geometria dei riflussi, sembra vetro smerigliato. La temperatura è un compromesso ideale tra il clima che c’è all’asciutto e la necessità di trovare refrigerio dal sole greco, il più fiammeggiante d’Europa. E il tasso di salinità, ecco la vera meraviglia, è nettamente superiore alla media; la fisica insegna che più l’acqua è salata e meglio si galleggia. Entrare in mare è sempre piacevole, ma entrare nel mare di Rodi è quasi euforizzante. Non si nuota, si fluttua come astronauti nel vuoto cosmico.
Le spiagge di Rodi sono, invece, deludenti. Non si tratta nemmeno di vere spiagge: sono distese di sassi. So che ogni ossimoro ha i suoi fan, e che c’è gente, credo malata, che ama perfino il cioccolato amaro; ma la spiaggia sassosa può piacerti solo se sei un masochista, o un crostaceo. Per me, spiagge uguale sabbie, possibilmente bianche e fini come le turiste polacche delle quali, a proposito, ancora non si vede traccia. E questo ci conduce all’altro motivo per cui le spiagge di Rodi sono deludenti.
Una delle ragioni principali che spingono gli uomini ad andare in spiaggia, ma penso di poterla definire la ragione principale per antonomasia, è il desiderio di osservare un gran numero di giovani donne prossime alla nudità. Lo spirito col quale ci si attiene a questa pratica non è diverso da quello del naturalista dedito al birdwatching, poiché spesso anche il bagnante si ritiene soddisfatto della semplice osservazione. Ammesso, però, che il materiale sia all’altezza.
In un’ipotetica scala d’interesse del birdwatching balneare, dove Mykonos rappresenta il sovraccarico sensoriale e Tarifa il giusto mezzo, Rodi rischia di essere in fondo alla classifica. Sulle spiagge della Rodi greca, proprio come su quelle della Rodi pugliese, proliferano soprattutto le famiglie, e con esse due categorie di femmine eticamente e anagraficamente escluse dall’attività voyeuristica: le mamme e le ragazzine minorenni.
Meno male che, come ho avuto modo di constatare oggi, ogni regola ha la sua postilla.
1) Se una ragazzina minorenne, tanto per usare una tipica espressione anglosassone, si presenta in spiaggia vestita, anzi, svestita per uccidere, cioè con un costume sgambato da strafiga o un bikini stroboscopico rosa shocking, e si ostina a sculettare con ostentata malizia come la più vissuta delle quarantenni, perde l’impunità legata al suo status di ragazzina.
2) Se una giovane madre passa l’inverno in palestra per poi presentarsi in spiaggia con gli addominali scolpiti e le cosce a regime, così che risulta impossibile, almeno a una certa distanza, distinguerla da una delle ragazzine di cui sopra, perde l’impunità legata al suo status di madre.
Anche esulando dalle fasce protette, inoltre, le spiagge di Rodi riservano qualche raro e tuttavia notevole spettacolo. Stamane l’ombrellone di fianco al mio era occupato da una coppia di fidanzati. Lei aveva un, col dovuto rispetto, culo degno di menzione per la sua rotondità, la portanza strutturale e l’apparente compattezza. Ho potuto esaminarlo senza ostacoli perché era completamente scoperto, a parte la discreta presenza di un filiforme minitanga, che spariva tra i glutei in maniera adorabile. Appena i fidanzatini sono romanticamente andati a sedersi sulla battigia, io ho provveduto ad appostarmi sul tratto di pseudospiaggia alle loro spalle. Ero abbastanza lontano da non insospettire lui, un pezzo di marcantonio da vignetta della Settimana Enigmistica. Ma ero abbastanza vicino per immortalare con la mia Kodak le terga di lei, pronte a comparire nel mio album di viaggio insieme a templi e colonnati.
Come dicevo, benché le acque rodensi siano particolarmente salate, il loro bacio è particolarmente dolce; perciò i due teneri amanti sono rimasti a godersi la risacca per almeno mezz’ora. Io, stoico, ho mantenuto la mia posizione, in attesa dell’istante magico in cui la Venere callipigia, riemergendo dal mare, mi avrebbe offerto l’inquadratura perfetta.
La mia pazienza, in teoria, sarebbe pure stata premiata: quando i due colombi si sono finalmente decisi a rialzarsi, la sirena retrodatata mi ha regalato un’irripetibile sequenza di scostamento del tanga. Purtroppo, però, sono stato tradito dal mezzo tecnico, che si è rifiutato di scattare. Ho concluso che devo smetterla con le usa & getta prese ai duty free degli aeroporti.
Comunque, il parallelo col birdwatching non mi è mai sembrato così calzante.
12 agosto 2005, 17:00, ora greca.
Qui a Rodi alloggio in un residence di Stegna, un paesino a est dell’isola. Divido la stanza con uno dei miei compagni di viaggio, che per mia sfortuna è di sesso maschile; talmente maschile da essere il sosia preciso del pornodivo americano Ron Jeremy, ben noto a tutti gli utenti di WinMX. Ignoro, e non sono curioso di scoprire, se la somiglianza tra il vero Ron e il mio coinquilino si estenda ai tratti anatomici salienti del famoso attore. Ma anche il corpo fisico del Ron Jeremy tarocco, a suo modo, è fuori dalla norma.
Siamo in pausa postbalneare e preserale. Mentre scrivo queste righe, Ron dorme sul suo letto, a pancia in giù: da porno a prono. Nella camera fa un caldo nucleare, perché l’aria condizionata costa sei Euro al giorno e noi ci rifiutiamo di cedere al ricatto economico; Ron, quindi, ronfa a torso nudo. Anzi, a orso nudo, perché ha una schiena pelosissima, simile a quella delle molte capre che pascolano in giro per l’isola. Noto, però, che alla base della colonna vertebrale di Ron c’è un rombo di pelle glabra, così netto da sembrare figlio d’un rasoio e d’un righello. Al centro esatto del rombo spicca una sporgenza carnosa, che a sua volta è curiosamente regolare. Si direbbe quasi un pulsante. Mi astengo dal premerlo: non vorrei attivare qualche funzione pericolosa. E’ pur sempre un pulsante che sporge dalla schiena del clone di Ron Jeremy.
Ma sto divagando. Lasciamo perdere le fesserie, cioè gli uomini, e torniamo agli argomenti interessanti, cioè le donne. Due giorni fa ho scritto che le spiagge di Rodi sono deludenti: un giudizio affrettato e ingeneroso. Stamattina, ad esempio, siamo stati su una spiaggia all’altezza di tale nome. E se la sabbia, a voler proprio fare i pignoli, forse non era abbastanza sottile, le creature che si aggiravano su di essa avevano assolutamente lo spessore giusto. Credo di aver addirittura riconosciuto la celebre playmate hawaiana Patricia Ford, con appena un pochino di silicone in meno. Altro clone? Rodi è la Jurassic Park dell’industria pornoerotica?
Sulle spiagge rodensi prospera, in tutte le accezioni del termine, il miglior amico dell’Homo Balnearis: il topless. Lo sapevate che l’uomo è l’unico animale sessualmente attratto dalle mammelle della femmina? La fissa maschile per le, scusate la franchezza, tette dovrebbe essere cagione d’orgoglio, perché ci distingue dalle bestie almeno quanto il sistema giuridico e la Gioconda. Ciò che fa davvero felice il guardone marino, d’altronde, non è tanto la bruta visione di un seno nudo, quanto la possibilità di beccare l’attimo esatto nel quale avviene la spoliazione pubblica; quel nanosecondo mistico in cui una sconosciuta decide scientemente di passare dal grado uno al grado zero del pudore. Aula dodici, ore nove, Semiotica del Topless.
Io, in questo ramo, sono più semiotico di Umberto Eco. Il mio hobby balneare preferito, una spanna sopra i racchettoni, consta nell’osservare l’area che mi circonda e, come in un videogame, cogliere più ragazze possibili nell’atto di slacciarsi il reggiseno. Dopo che l’indumento è caduto, il mistero scompare e il divertimento sbiadisce; resta, nella migliore delle ipotesi, la fredda ammirazione a distanza. Ma il gesto specifico di ammainare le spalline, col quale una donna accetta di far entrare il resto del mondo nella sua intimità, potrei riavvolgerlo e rivederlo all’infinito.
Oggi, un paio d’ombrelloni più avanti rispetto al mio, era accampata l’ennesima coppietta vacanziera. La lei della coppia portava uno di quei bikini la cui metà superiore si allaccia sia sulla schiena che dietro il collo. La ragazza, stranamente, aveva slacciato solo il nodo all’altezza della nuca, lasciando intatto l’altro, quello tra le scapole; era in bilico sul fronte del topless. Ed è rimasta in quelle condizioni per circa due ore, durante le quali, ad ogni suo movimento men che cauto, il costume ha minacciato di crollare. Inutile aggiungere che in quelle due ore, mentre lei si sdraiava al sole, si rialzava, scambiava effusioni col moroso, si dirigeva verso il chiosco dei gelati, tornava lappando un mottarello e si rimetteva sdraiata, io l’ho tenuta d’occhio con tenacia e circospezione. Nella mia testa, tifavo come un hooligan a favore della forza di gravità, e contro l’attrito della stoffa sulla pelle.
Per la cronaca, in barba a una ventina di leggi fisiche, il costume semislacciato ha retto finché la ragazza e il suo tipo hanno deciso che era tempo di andarsene. Ho potuto soltanto assistere, con l’amaro in bocca, al ricongiungimento dei lacci fatali e alla ricomposizione del nodo traditore, sigillo definitivo di quei seni off limits.
Inoltre, niente polacche.
14 agosto 2005, 14:30, ora greca.
Si sa che la danza è l’espressione verticale di un desiderio orizzontale. E infatti, quando passi intere giornate steso su una stuoia a rimirare amazzoni aerobiche in abiti adamitici, sviluppi un inevitabile desiderio che, al calar delle tenebre, tenterai di soddisfare in posizione eretta: di qui il binomio di ferro spiagge + discoteche.
In questo campo, sono fiero di affermare che il franchising più esportato d’Europa è made in Italy: Rimini. Io amo Rimini perché, come Milano, è una città della quale si parla sempre troppo male. Spesso l’italiano medio, pervaso di snobismo da Bar Sport e illuso che Sharm El Sheikh sia una meta molto chic, a sentir citare Rimini storce il nasino con sdegno. Ma ci sarà un perché se praticamente tutti i paesi della Comunità Europea hanno un posto che viene definito la Rimini locale: in Francia è Juan-les-Pins, in Spagna Lloret de Mar, e perfino nel settentrione tedesco esiste una replica di Rimini, mi sfugge il nome. La Rimini greca si chiama Faliraki ed è a nord – est di Rodi.
Due sere fa sono andato a ballare a Faliraki. Per l’occasione mi ero vestito da liceale alla sua prima vacanza da solo: maglietta extralarge, scarpe da tennis, calzettoni e brache corte. Con me c’erano Ron Jeremy, solito look tra Miami Vice e Califano, e tutti gli altri miei compagni di viaggio. Il nostro branco si compone in prevalenza di esemplari maschili, ma ci siamo portati dall’Italia anche un piccolo gineceo, essenzialmente per motivi tattici: le potenziali prede sono meno sospettose davanti a un gruppo misto. Perché gli uomini, è cosa nota, vanno in discoteca con un solo scopo, e mai vocabolo fu più calzante.
Vertiginoso il contrasto tra le effettive dimensioni di Faliraki, un villaggetto di pescatori, e la portata della sua vita notturna. Una folla poliglotta s’accalca tra le insegne al neon stile Las Vegas che campeggiano su decine di locali, ognuno circonfuso da una sua sfera di decibel. La concorrenza è ovviamente spietata: ragazze che, a voler fare il gentleman, potrei descrivervi con l’eufemismo “vistose”, sono pagate per rimanere fuori dai locali e deviare all’interno il flusso dei turisti, usando ogni mezzo concesso loro da Mamma Natura. Ma la vera guerra viene combattuta a suon di cocktail in offerta speciale.
Noi siamo finiti in un discopub, è un neologismo orrendo ma temo sia l’unico corretto, nel quale per un pugno di Euro abbiamo ottenuto abbastanza alcol da farci la doccia. Anche se in genere non bevo, ho un quarto di sangue ligure e non resisto ai buoni affari. Ci ho dato dentro con la vodka, parola che in russo significa “bevanda in grado di renderti più intraprendente nell’abbordare perfette sconosciute.”
Le perfette sconosciute di turno erano due ragazze appollaiate su altrettanti sgabelli, dalla parte opposta del locale rispetto a me e i miei complici. Le ho notate mentre noi ci dimenavamo come plantigradi al ritmo dei Black Eyed Peas; ho notato, soprattutto, che mi stavano fissando di sottecchi e ridacchiavano tra loro, non so se con dileggio o con malizia. Avranno avuto al massimo una ventina d’anni; d’altronde non mi ero travestito da teenager per niente. Una delle due era trascurabile, e difatti ho cominciato subito a ignorarla, ma l’altra non era malvagia: occhi a mandorla su tratti occidentali. Sicuramente straniera, probabilmente americana.
L’America! La patria del cheeseburger e di Mickey Mouse! La terra della libertà, della democrazia e dell’eroico George W. Bush, così altruista e così sovente frainteso!
Ho sorriso all’americanina e lei, oh gaudio, ha ricambiato. Sono partito alla carica; avevo già in mente una frase d’abbordaggio originale ed efficacissima, dovevo soltanto ricordarmi come si dice “prepuzio” in inglese. Ma proprio in quel momento, causa impennata nell’afflusso della clientela, la popolazione interna del locale ha conosciuto un improvviso raddoppio. Sono stato costretto ad aprirmi la strada tra la calca: quando finalmente ho raggiunto gli antipodi, la ragazza era scomparsa. Scomparsa! Ho continuato a cercarla per tutta la notte, lì e negli altri locali dove siamo stati, invano. Nessuna traccia della mia possibile conquista americana. Certo però che avrebbe potuto aspettarmi qualche secondo in più, la stronza imperialista guerrafondaia, vaffanculo a Walt Disney e a McDonald’s, Bush assassino, viva Fidel, se rivedo Pearl Harbor tifo giappo, lo giuro.
Pure ieri siamo andati a ballare; stavolta all’Anfiteatro, quella che viene spacciata come la discoteca più bella dell’Ellade. In realtà somiglia molto a una di quelle discoteche pseudoeleganti dell’hinterland milanese, piene di bovari brianzoli ripuliti. Qui i bovari sono internazionali, ma l’atmosfera è la stessa. Mimetico come di consueto, mi ero camuffato da tamarro di lusso: camicia e jeans, entrambi neri, entrambi imitazioni passabili di marche alla moda. E vello pettorale parzialmente esposto.
Poco da segnalare. Ad un tratto, Ron Jeremy è stato circondato da un gruppetto di tipiche turiste finniche, tutte bionde e tutte identiche. Lo hanno blandito per un po’, poi se ne sono andate; devono aver capito che non era il vero Ron Jeremy. Quanto a me, la mise tamarroide non ha mancato di far colpo: una tizia mi si è avvicinata e mi ha mormorato qualcosa all’orecchio. Non ho capito che cosa e non ho voluto approfondire; non do confidenza alle estranee. Specie se, come in questo caso, sono dei cessi sulla cinquantina.
16 agosto 2005, 13:30, ora greca.
Ieri mi sono seriamente preoccupato per Ron.
Mentre eravamo in camera, durante il solito intermezzo indoor tra la spiaggia e la serata, lui ha cominciato a fare qualcosa che in genere non fa mai: lamentarsi. Faticando nel dar credito ai miei timpani, ho udito la sua voce comporre frasi del tipo “ormai non ho più voglia di divertirmi”, “i tempi migliori sono finiti” e un agghiacciante “mi sento vecchio.” Quest’ultima affermazione mi ha colpito in modo particolare, perché io ho due anni più di lui e, al contrario, mi sento come se la mia vita fosse appena iniziata.
Intendiamoci, so che l’estate è la stagione più favorevole in assoluto alla fioritura delle crisi depressive; l’ho scoperto un secolo fa, nel millenovecentonovantotto. Ma pensavo che Ron fosse una specie di Papageno, il cui universo non va oltre la triade Cibo – Sonno – Copula; lo credevo, di conseguenza, immune ai rovelli esistenziali, almeno quanto Superman è refrattario alle pallottole. Constatare che, sotto la sua maschera subumana, Ron è vulnerabile come un uomo qualunque ha intristito, di riflesso, anche me. Poiché vuol dire che nessuno è al sicuro.
Dopo cena siamo tornati a Faliraki e abbiamo provato un locale nuovo. Dentro c’erano Christina Aguilera, purtroppo presente solo in forma canora, e il solito ben d’Egeo femminile delle discoteche greche. Ron, di norma, in questi casi non è pavido e contemplativo come me: essendo un clone del vero Ron Jeremy, ha ereditato le devastanti pulsioni sessuali del prototipo. Quando percepisce l’usta della femmina feconda, e col vento favorevole ci riesce a un chilometro di distanza, prende subito a fibrillare come un sismografo. Ieri, invece, se ne stava fermo in un angolo, con lo sguardo spento del toro appena castrato. Faceva pena, non sembrava più la stessa persona del giorno prima. Mi sono chiesto se potevo aiutarlo.
E ho avuto una folgorazione.
L’ho fatto senza un motivo razionale, sull’onda dell’istinto. Mi sono avvicinato a Ron e, simulando un gesto cameratesco, gli ho rifilato una pacca sulla schiena. Ho dovuto palpeggiarlo per qualche secondo, in una maniera che dev’essergli sembrata un po’ ambigua, prima di trovare il pulsante alla base della sua colonna vertebrale, quello che avevo notato quattro giorni fa. L’ho premuto: è rientrato nella carne con un “click”. In quell’istante preciso, negli occhi di Ron si è accesa una luce assassina. Il suo stomaco ha brontolato, producendo un suono curiosamente simile a quello di un motore che si accende. Nell’arco di un minuto, Ron era già in un anfratto buio a provarci con una tipa.
A quanto pare perfino la macchina più implacabile, di tanto in tanto, ha bisogno di una mano amica che prema il tasto di riavvio.
La tipa con la quale Ron ci stava provando era una quarantenne bona; perché Ron è fatto così, gli piacciono solo le donne in una certa fascia, quella dai quattordici ai centovent’anni. Poi avrei saputo che la quarantenne, oltre ad essere bona, era pure basca. Chissà come avranno comunicato, quei due: il basco è la lingua più strana e complicata del mondo, e per Ron anche l’italiano è un idioma straniero.
Io, in compenso, parlo un passabile inglese, che nel frangente specifico mi è bastato ad abbordare l’amica della quarantenne. Si chiamava Rosa, da pronunciarsi con la S sibilante; aveva ventisei anni ed era bionda, infermiera e spagnola.
La Spagna, terra di civiltà e di progresso sociale! Viva lo Stato laico, viva il ritiro delle truppe, viva i matrimoni tra gay, viva Zapatero, Almodovar e Paso Adelante!
Rosa mi ha confessato di essere delusa dalla fauna di Rodi: pochi uomini, troppi ragazzini. Sostanzialmente, mi sono trovato in una di quelle rarissime situazioni nelle quali, avendo a che fare con una donna, essere sinceri è la politica migliore: con una punta d’orgoglio, le ho detto quanti anni ho. Lei ha sospirato di sollievo, io devo aver sogghignato. Ron, Ron, altro che vecchi! Abbiamo assolutamente l’età giusta.
La notte, invece, era ancora giovane, quindi Rosa mi ha dato appuntamento più tardi in un altro locale, e se n’è andata. L’ho raggiunta nel posto e nell’orario prefissati ma, purtroppo, a quel punto era già sotto assedio da parte di una squadra di crucchi; non m’ha degnato d’uno sguardo, la stronza ispanica, vaffanculo a Zapatero, Almodovar e tutti i loro amici pederasti, viva l’Inquisizione di Santa Romana Chiesa.
Oh, beh, chissà quante altre occasioni mi capiteranno, da qui alla partenza. Dopotutto, in un posto come questo, e con Ron il Segugio dalla mia parte…
18 agosto 2005, 12:30, ora greca.
Rileggendo quello che ho scritto finora, mi accorgo di aver dato l’impressione che io e i miei compagni di viaggio siamo gli unici italiani sull’isola. Naturalmente non è così: escluso il profondo entroterra del Peloponneso, dove vivono soltanto pecore & pastori e al sabato sera regna il silenzio, d’agosto ci sono più italiani in Grecia che in Italia. A voler essere precisi, la proporzione è di uno a uno; qui, cioè, c’è un italiano per ogni altro individuo di qualunque nazionalità, compresa quella greca. Sembra un revival estivo della Seconda Guerra Mondiale, solo che ai quei tempi noi eravamo invasori, oggi siamo invadenti.
Eh, già. In Grecia, come in tutti i paesi del globo terracqueo, l’orda turistica italiota è tollerata, perché gli affari sono affari, ma a malincuore, perché la proporzione di uno a uno vale anche all’interno dell’orda stessa: una persona civile per ogni terrone.
Con terrone mi riferisco a una categoria non etnico – geografica, ma dello spirito o, meglio, dell’assenza di spirito. Per rientrare nell’ordine, anzi, nel disordine dei terroni non è indispensabile essere meridionali. Non è neanche necessario essere italiani, dal momento che esiste una fiorente tradizione di terroni stranieri, soprattutto britannici e tedeschi. Il prototipo originale del terrone, però, è assolutamente made in Italy; è uno di quei concept italici esportati ovunque. Proprio come Rimini, che non a caso era considerata la tipica meta vacanziera da terrone, finché il boom demografico dei terroni non li ha portati a espandersi in ogni angolo del mappamondo.
Attualmente, nella nostra società, il tipo umano del terrone è così diffuso che è diventato difficile distinguere i terroni solo in base al loro abbigliamento, come si faceva una volta. Per identificare un terrone bisogna appellarsi alla sua condotta: riassumendo, potremmo dire che è terrone chi riesce a risultare inopportuno e fastidiosamente rumoroso perfino nel contesto più informale del mondo.
Il contesto più informale del mondo è Faliraki.
L’altroieri sera, ennesimo locale, colonna sonora: l’immancabile Beyoncé. Sono entrato con Ron al guinzaglio; guaiva, scalpitava e grondava ferormoni, la povera bestia. S’è messo quasi subito in posizione da punta e, seguendo la traiettoria del suo olfatto, ho assistito a una scena interessante.
Una mandria di terroni, dall’accento credo bresciani, tallonava un gruppo di ragazze. I terroni propugnavano la fusione delle due compagini e, a questo scopo, cercavano di impressionare le ragazze sputandosi addosso a vicenda sorsate di Mojito, tra strida ultrasoniche da primati in amore. Le ragazze, che non sembravano molto colpite, si stavano allontanando con discrezione, un paio di millimetri alla volta, tipo deriva dei continenti; ma i terroni non demordevano. Ho pensato che una donna non è mai propensa a socializzare come quando vuole liberarsi da uno spasimante indesiderato, e ho tolto il guinzaglio a Ron. Alcuni secondi dopo, il ghiaccio era rotto.
Le ragazze erano inglesi. Inglesi! L’Inghilterra, patria di Harry Potter, Bridget Jones e Mister Bean! Il Regno d’Albione ha mille motivi per essere orgoglioso di sé; tra questi, che mi risulti, non c’è l’avvenenza delle sue donne. Eppure, una di quelle ragazze…
Sulle prime l’ho notata perché stava bevendo una sostanza ignota color carburante d’accendino; si sa, d’altronde, che gli inglesi. Poi, con un misto di incredulità e rapimento mistico, ho fatto caso allo sconvolgente rapporto matematico tra la circonferenza del suo torace e quella del suo girovita, che stavolta non era affatto di uno a uno, ma almeno di dieci a uno a favore del petto.
Si chiamava Ashley, aveva ventun anni e ho fatto finta di capire da che città venisse. A dire il vero, per larga parte della nostra conversazione, ho finto di ascoltarla in assoluto. Chiaramente conscia dei suoi punti di forza, la ragazza si era infilata in uno di quei bustini che strizzano, accorpano e sollevano; il contenuto debordava con una generosità insospettabile, per un paese che confina con la Scozia. Io, perciò, avevo bisogno di tutta la mia capacità di concentrazione per guardare in faccia la mia interlocutrice, e non scoppiare in un pianto stendhaliano su quel balcone di Giulietta che avrebbe commosso anche il Bardo.
Ecco, le differenze fondamentali tra un terrone e un gentleman sono queste: 1) il gentleman almeno ci prova, a non guardarti le tette e 2) il gentleman formula i medesimi pensieri maiali del terrone, ma in termini poetici.
Ad un tratto, compatibilmente con il mio stato e con la mia conoscenza della lingua inglese, che avevo comunque intenzione di approfondire di lì a poco, devo aver detto qualcosa di spiritoso, perché Ashley ha riso. Una risata squassante, assai poco british, che ha suscitato lo sballonzolio verticale delle migliori virtù di Ashley; un movimento tanto più sconvolgente in quanto appena percettibile. Neanche il Principe di Galles avrebbe mantenuto il self control. Pur di non regredire al rango di un terrone e perdere i punti guadagnati agli occhi di Ashley, ho chiesto un break e mi sono ritirato in bagno.
Quando sono uscito, circa un minuto e mezzo dopo, Ashley stava limonando duro con uno dei terroni bresciani, un tizio coi capelli alla Totti e le Converse catarifrangenti ai piedi. Lei dava l’impressione di non aver mai goduto tanto in vita sua. Ho distolto lo sguardo prima che lui cominciasse a smanacciarle le bocce; non avrei retto al dolore. Spero, comunque, che Bridget Jones muoia zitella, che Mister Bean crepi sotto uno schiacciasassi e che Harry Potter finisca in un giro di pedofili.
Intanto, Ron stava saporitamente palpeggiando una cubista, mentre una delle ragazze del nostro gineceo era al centro di una violenta contesa tra due lesbiche. Al confronto con Faliraki, Gomorra sembra Vimodrone; l’anno prossimo, però, penso che passerò l’agosto in Valtellina. Ci sono meno italiani, terroni e delusioni.
20 agosto 2005, 18:00, ora greca.
Due giorni fa, per la prima volta da quando siamo a Rodi, intesa come isola, siamo stati a Rodi, intesa come città. Siamo andati, nel dettaglio, in pellegrinaggio presso il più famoso monumento cittadino, che poi è un grande spazio vuoto, perché tutti sanno che il Colosso è crollato da oltre duemila anni.
Non tutti, però, sanno che in origine il nome Colosso indicava un’arma per la distruzione di massa, appartenente a tal Demetrio, sorta di Saddam del quarto secolo avanti Cristo. Il Colosso era un’enorme macchina da guerra anfibia, irta di rostri, balliste e catapulte, e manovrata da migliaia di uomini.
Rodi, a quei tempi, era una specie di Svizzera dell’Egeo, ricca e neutrale. Demetrio, che era coinvolto nelle lotte tra i successori di Alessandro Magno, propose all’isola di passare dalla sua parte, ma gli abitanti di Rodi rifiutarono. Deciso a convincerli con le cattive, Demetrio scatenò il suo Godzilla a pedali.
I cittadini di Rodi non si scomposero. Deviarono il loro sistema fognario verso il Colosso, che s’impantanò, divenne inerme e fu smontato pezzo per pezzo. Così, grazie a un insolito impiego bellico della cacca, l’indipendenza di Rodi fu salva.
Le componenti metalliche del Colosso, inteso come macchina da guerra, vennero fuse e trasformate nel Colosso, inteso come statua alta trentatré metri raffigurante il dio Helios. La costruzione della statua durò dodici anni; la statua, invece, sarebbe dovuta durare in eterno, come la libertà di Rodi.
Poco più di cinquant’anni dopo, a causa di un lieve sisma, il Colosso franò come fosse stato di Pongo. In seguito Rodi fu conquistata dagli arabi, che vendettero ad alcuni mercanti i resti del Colosso; non ne rimase intatto neanche un mignolo. Il Colosso non era eterno, la libertà di Rodi nemmeno e, quindi, figuratevi se posso esserlo io.
Avevo ventitré anni il giorno in cui realizzai di essere mortale. Sì, ero già grandicello per questo tipo di epifanie, ma non sono mai stato uno precoce. Correva il millenovecentonovantotto dopo Cristo e anche allora ero a Rodi, ma quella pugliese. Mentre poltrivo in riva al mare sotto l’ombrellone, e guardavo passare le sedicenni in bikini, nella mia testa si affacciò all’improvviso quel nuovo pensiero: tutto, me incluso, finisce. Non ci fu alcun bisogno di una causa scatenante; accadde semplicemente perché era estate. E’ d’estate che l’ozio forzato spinge i pensieri a girare a vuoto, annoiarsi e giocare pesante.
Trascorsi un paio di mesi in quello stato di disinteresse nei confronti del Creato che è tipico della depressione. Che senso hanno, mi chiedevo, il mare, l’ombrellone, le s | |